Pop, quello strano modo d’esser classici

Mentre stiamo vivendo un revival della personificazione dell’oggetto, tornano alla ribalta Warhol, Baj, Oldenburg, veri maestri del genere

Mentre adoriamo una goccia di yogurt magro, o corriamo all’appuntamento con un nuovo bracciale-orologio, oppure accarezziamo il videofonino e ci mettiamo in ascolto del navigatore satellitare, gli oggetti si sono sostituiti a noi uomini, supremi enti di consumo. Per questo ora ci sembra vecchio, anzi vetusto, il diktat di Arthur Rimbaud («bisogna essere assolutamente moderni»). Lo si avverte, in tutta la sua straniante verità, passeggiando alle Scuderie del Quirinale di Roma, dove (fino al 27 gennaio) tiene banco la rassegna «Pop Art 1956-1968».

Fummo moderni. E poi postmoderni. Ora è tornato il tempo di essere pop, cioè così popolari da risultare classici, proprio come il presidente francese Sarkozy e la sua bella Carla Bruni, travestiti da turisti qualunque all’ombra delle Piramidi (non a caso l’Egitto vuole il copyright di queste sue icone pop per eccellenza: le Piramidi appunto). La bella mostra (a cura di Walter Guadagnino) sulla prima, vera rivoluzione artistica dopo Cézanne, mette il visitatore di fronte a un fatto compiuto (e compiuto cinquant’anni fa!), poi divenuto arte, tendenza, costume, tuttora in grado di attrarre le masse. È l’indissolubile connubio tra le merci e gli uomini, che nulla ha più di aspro (già Pasolini, ai suoi tempi, parlava di «mutazione antropologica»), o contestabile, perché nuove forme di arte figurativa, a partire dagli anni Quaranta, hanno reso, nel tempo, la zuppa Campbell o la Coca Cola un classico del nostro vissuto.

Ormai anche l’ultimo dei commercialisti ha nel suo studio almeno un Andy Warhol, che potrebbe essere una Marilyn tutta colorata, un Mao Tse Tung implacabilmente rosso, una bottiglia di Coke, non più avvertiti come elementi della propaganda capitalistica, ma come iconografia contemporanea. E pensare che alla Biennale di Venezia del 1964 la Pop Art americana, con i suoi combine paintings, le sue pin-up, i suoi fumetti, i suoi riti di massa, suscitò reazioni sdegnate e ammirazioni infinite: tipico di quanto dirompe, con successo, sulla scena. «L’uomo massa è stupido e avido... Non soffre e non gode... Tutto ciò che può desiderare è un tubo di dentifricio più grosso, enorme, o un peperone più rosso, rossissimo. Così le cose gli crescono intorno, mentre l’uomo si fa sempre più piccolo e finalmente scompare... Senza dolore, in anestesia totale: perché due cose sono inesorabilmente vietate nell’inferno terrestre, la memoria del passato e l’attesa del futuro».

Lo scriveva il comunistissimo Giulio Carlo Argan, critico d’arte e sindaco di Roma molto aristocratico (in piena era PCI) e, di conseguenza, tutt’altro che popular nelle proprie scelte estetiche. Ma se lui prendeva una cantonata colossale, mentre altri critici più accorti (da Gillo Dorfles a Enrico Crispolti) valutavano con esattezza la portata di quell’offensiva artistica, alle attenzioni del pubblico s’imponevano Robert Rauschenberg e Ray Johnson, Joe Tilson e Larry Rivers, con le loro opere grafiche serializzate, nate dal procedimento meccanico, sì, caricato però di valenze simboliche, magari tramite un diverso uso del colore.

Nella carrellata romana sulle oltre cento opere firmate da una cinquantina di artisti, si racconta uno dei movimenti che più hanno segnato la storia dell’arte nella seconda metà del XX secolo. E sfilano, così, nei vasti ambienti dove, mezzo secolo fa, venivano ricoverati i cavalli in uso al Quirinale (ne è testimonianza la vertiginosa scalea, detta «scosciacavalli», che porta ai piani superiori delle Scuderie), i prodotti della Nuova Figurazione, per noi non più così nuovi. Colpisce il Lunch Box di Oldenburg, che nel 1961 dipinge a smalto i soffici tramezzini tridimensionali, qui esposti e rappresentati in chiave iperdecorativa, una dimensione attraente per la società dei consumi. E l’enorme spoletta da cucito di Roy Lichtenstein, tela formato «magnum» prestata dal MART di Trento e Rovereto, rimanda alla pubblicità essenziale dei primi Sessanta, quando i beni di consumo ancora andavano distinti, magari in bianco e nero, esaltandoli nelle proprie caratteristiche formali.

Ai cinefili non sfuggirà l’impatto emotivo di Mae West, scolpita in legno e plastica, e poi cucita accanto a Shirley Temple, da Jann Haworth, che gioca apposta con l’immaginario del tempo, legandosi alle attività tipicamente femminili (il cucito e la maglia). Non a caso i Beatles le affidarono la copertina del disco Sgt. Peppers’s Lonely Hearts Club Band, mescola di gioco e nostalgia molto accattivante. E quella Virna Lisi nuda, un filo di perle al collo, seduta con grazia sull’hamburger di Mel Ramos? Non scandalizza, non sorprende, ma cita, senza filtri intellettuali, una bellezza tardomoderna che si chiama, semplicemente, Virnaburger.