Pop star esclusa dal voto, rivolta a Dakar

La candidatura di Youssou N'Dour alle elezioni presidenziali non è durata «Seven seconds», come il titolo della canzone che l'ha reso celebre in tutto il mondo, ma poco ci manca. A sorpresa è stato infatti escluso dalla prossima tornata elettorale prevista a febbraio. Contro di lui si è pronunciato il consiglio costituzionale senegalese, sfacciatamente nelle mani del capo di Stato uscente, l'85enne Abdoulaye Wade, più che mai determinato ad ottenere il terzo incarico consecutivo. N'Dour avrebbe presentato le firme di circa tredicimila sostenitori, ma solo novemila sarebbero valide, a fronte delle diecimila necessarie per partecipare alle presidenziali. In tutto questo l'artista ci vede «un colpo di mano» di Wade, mentre i manifestanti si sono riversati per le strade di Dakar protestando contro la sua esclusione. Un corteo tutt'altro che pacifico, con auto incendiate, scontri tra opposte fazioni e un poliziotto ucciso.
«Ho ascoltato, ho sentito e ho risposto favorevolmente ai numerosi inviti fatti per cercare di ottenere i voti dei senegalesi, e sono ancora candidato. Lo ritengo un dovere patriottico - ha detto N'Dour, incurante delle decisioni arrivate dall'alto -. Ci sono due Senegal, quello dei ricchi e quello dei poveri. Io mi preoccupo del secondo». Il suo entourage ha fatto sapere che lunedì si rivolgerà alla Fao, dove tra l'altro ricopre il ruolo di ambasciatore di buona volontà, per ottenere un sostegno internazionale.
Il Senegal sta diventando anno dopo anno una pericolosa polveriera. Wade è stato eletto per la prima volta nel 2000 e rieletto nel 2007. Nel 2006 i parlamentari senegalesi hanno modificato la Costituzione per ridurre la durata dei mandati presidenziali da sette a cinque anni, sopprimendo il limite dei due mandati consecutivi. Non soddisfatto, Wade aveva annunciato lo scorso giugno un'ulteriore riforma per modificare il sistema elettorale. Riducendo i voti necessari al 25% per essere rieletto e aprirsi la via al terzo incarico. L'annuncio aveva dato vita anche in quell'occasione a proteste violente, con la polizia in assetto di guerra che era intervenuta con gas lacrimogeni e pallottole di gomma per disperdere la folla. In seguito agli scontri alcuni avevano cominciato a parlare di «Rivoluzione delle noccioline», nella convinzione che anche il Senegal (tra i principali produttori mondiali di arachidi) potesse innescare una rivolta della società civile contro un presidente accusato di cleptocrazia.
La candidatura di N'Dour ha sicuramente spaventato Wade, ma ha anche creato confusione e tensioni in un Paese la cui democrazia è davvero appesa a un filo sottilissimo. La popstar senegalese non è il primo vip africano a tentare la scalata presidenziale. Tutti ricorderanno la campagna elettorale del 2005 di George Weah in Liberia. L'ex Pallone d'Oro e attaccante del Milan sfidò la signora Ellen Johnson-Sirleaf che vinse nettamente, ottenendo tra l'altro lo scorso anno il premio Nobel per la Pace. Fallimentare anche il tentativo di Amina Chifupa Mpakanjia, famosissima speaker della radio nazionale della Tanzania. Nel 2000 provò a cimentarsi, ma le sue velleità si frantumarono contro lo strapotere di Benjamin Mkapa. Per la cronaca Amina è morta per un male incurabile nel 2007. Più fortunato invece il disc jockey del Madagascar Andry Rajoelina. Una fortuna, la sua, sostenuta da un colpo di Stato perpetrato il 17 marzo del 2009 ai danni del legittimo presidente Marc Ravalomanana. Da due anni guida il Paese e lo sta conducendo con sconcertante serenità verso il baratro. Altri due calciatori, oltre a Weah, hanno scelto la strada della politica. Joseph Gadji Celi, campione d'Africa con la Costa d'Avorio nel 1992, e attualmente stella del pop continentale, si era presentato alla tornata del 2010. Quella per intenderci della sfida, decisa dal suono delle armi, tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. Mohammed Aboutrika, fantasista della nazionale egiziana, è stato invece tra i primi a manifestare in piazza Tahrir contro Mubarak, sostenuto dai tifosi del suo club, l'Al Ahly. Lo scorso dicembre, in piena campagna elettorale, ha annunciato di voler «molto presto realizzare il sogno di guidare la mia nazione».