Il popolo dei Ds processa i leader: «È uno schifo»

Il capo di Unipol e il procuratore aggiunto di Roma, titolare dell’inchiesta sulla scalata a Bnl, saranno sentiti nei prossimi giorni: l’accusa è violazione del segreto istruttorio

Luca Telese

nostro inviato a Firenze

Più che un grido di rabbia è un ululato di dolore. Se ti addentri nel cuore della Firenze rossa, nella rete fittissima delle Case del popolo e dei circoli rossi della zona Gavinana, quello che scopri è un popolo ferito e umiliato, dai primi risultati delle inchieste sulla scalata Unipol, una base che si sente tradita dagli amministratori delle coop rosse e che inizia a nutrire sentimenti di sfiducia verso i dirigenti del suo stesso partito.
Alle sei di sera, ti affacci alla soglia del circolo Vie Nuove, il più grande del capoluogo toscano, dove un capannello di anziani con i capelli bianchi, discute animatamente. Il primo contatto è di quelli che scoraggiano: «Lei di che giornale è?». Rispondi: «Del Giornale». Sorriso, domanda speranzosa: «Ma non del giornale di Berlusconi... ». Rispondi: «Proprio quello». Sul viso degli interlocutori un’ombra di disagio: «Ah». Ti aspetteresti una chiusura a riccio, la difesa a spada tratta del Partito. E invece, nel capannello, non si nasconde il disagio. Sono tutti elettori della sinistra, tutti militanti o ex iscritti del Pci prima e dei Ds poi.
Il primo che parla è il compagno Pratesi: «Il presidente della Lega ha detto che non bisogna esagerare nella critica, il compagno Napolitano ha detto che Fassino e D’Alema hanno sbagliato: io mi metto nel mezzo».
Ma subito il magone viene a galla, un altro signore, che si qualifica come iscritto dei Ds, spiega: «Prima il problema era: un’azienda pole fare un investimento? Noi abbiamo risposto sì. Ma non è accettabile quello che sta accadendo, l’operazione deve essere limpida, pulita, onesta, qui purtroppo esce fuori che c’erano degli intrallazzi. E allora per chi ha sbagliato, non ci deve essere pietà».
Dici: addirittura? E il militante della Quercia: «Vede, io penso che bisogna essere più severi con quelli vicini a noi che con gli altri».
Un altro del capannello, il signor Bruno Gurtini, scuote la testa: «I nostri dirigenti si sono fidati troppo. Hanno sbagliato. Adesso devono prendere le distanze». Da chi, dall’Unipol? «Certo». Un altro comunista di antica data, ex partigiano, il comandante Moro della Brigata Sinigaglia: «Io dopo la fine del Pci non mi sono più iscritto, né di qua né di là. Ma adesso, queste notizie mi disgustano. Non è che abbiamo preso le armi contro i nazifascisti perché poi qualcuno giocasse a fare lo speculatore con i soldi degli operai». Un altro compagno ancora, un signore di 60 anni con il giaccone arancione, si arrabbia con Fassino: «Ma come è possibile che stia zitto, che non dica nulla, che si faccia parlare tutti i giorni il Vannino Chiti. Se sei un segretario, devi spiegare alla tua base quello che hai fatto, dire se hai sbagliato e dove. Comunque spiegarti. Avevamo dirigenti come Berlinguer, che io non santifico, ma di cui era sicura l’onestà e l’intelligenza. Adesso, purtroppo, Berlinguer non c’è più e questi sono di un’altra pasta».
Allora provi a cambiare zona, e ti affacci in un altro circolo, il circolo Boncinelli di via Ripoli. Nel primo tavolino, appena entri, ci sono tre persone con l’Unità aperta sul tavolo che leggono e cercano di capire che cosa sia successo. Gli chiedi: che idea vi siete fatti? «Abbiamo capito che è uno schifo». Chiedi al barista se la vicenda dell’Unipol lo ha scosso. Sorride, amaro, mentre pulisce un bicchiere: «Sa che faccio, io ormai non leggo più nulla. Questa storia non mi piace per niente».
Allora ti affacci in un altro circolo ancora, sempre più lontano dal centro. È un altro circolo dell’Arci, Le Lame. C’è il tavolo delle boccette, affollatissimo, c’è l’ufficio dei consiglieri, dove si stanno firmando le nuove tessere, qui non perdono tempo. Alle Lame non nascondono il loro sconcerto: «Ha ragione Cofferati, ha ragione Napolitano che hanno criticato il Partito, per come si è comportato e i dirigenti dell’Unipol per quello che hanno fatto. È una vergogna, per noi che stiamo qua, per noi che da anni abbiamo fatto di tutto, dalle manifestazioni alle feste dell’Unità - esclama Giancarlo Curtatone - essere costretti ad assistere a questo spettacolo». Irrompe nella discussione il signor Sandro, pensionato, una vita da parrucchiere: «Basta, finiamola con le chiacchiere. Io farei come Hitler con questi qui. Questi si meritano le camere a gas. Io gli applicherei la legge del taglione, si sono approfittati del Partito quando gli faceva comodo per fare carriera e poi ci hanno tradito tutti. Si devono vergognare e basta». Si avvicina un altro militante: «Ormai, quelli di An ci prendono in giro e noi non sappiamo più che dire». Ancora il signor Sandro: «È che vogliono tutti i soldi! I soldi! Ormai l’unico integro è Bertinotti». Si avvicina il signor Fulvio: «Sono molto, molto arrabbiato. Li vede quelli anziani di là? Io il mese scorso ho dovuto prestare 5 euro a un signore, che non riusciva ad arrivare a fine mese. E poi devo leggere sul mio giornale che un amministratore dell’Unipol ha ricevuto sul suo conto 40 milioni di euro? Si devono vergognare».
Si affolla il capannello, si affollano le voci: «Sono quattrini nostri!». Un’altra voce: «E io, che ho fatto tutte le assicurazioni con l’Unipol!». Irrompe il signor Grande, ex falegname: «A me, per dirla come si deve, me l’hanno messa in c... Amato, Dini, D’Alema e adesso questi qua».
Il compagno Curtatone scuote la testa: «Berlinguer era l’unico che non avrebbe permesso una cosa di questo tipo. Adesso rischiamo di diventare uguale agli altri». Il compagno Bartolomeo, ex sindacalista: «Senta, queste mele marce vanno buttate fuori senza troppi complimenti perché loro fanno affari e noi perdiamo la faccia. Questo è un circolo di gente che vive con la pensione da 400 euro. A noi, quando leggiamo quelle cifre, quando leggiamo i pezzi sull’inchiesta dei magistrati, ci viene il voltastomaco».
La cosa più sciocca sarebbe pensare che queste persone domani possano abbandonare le idee di una vita o che qualcuno di loro non voti più la sinistra. No, restano elettori, restano militanti ma con una rabbia dentro che gli uomini del Botteghino dovrebbero ascoltare e temere molto più di un’abiura.