Il popolo delle infradito si ribella: «Basta divieti»

Laura Sonzogni
«Ti ricordi quella ragazza che veniva in ciabatte da mare e canottiera? Be’, lei ricevette un richiamo verbale per il suo abbigliamento». È l’ora di pranzo in via Fabio Filzi, ma il viavai nella sede della Regione Lombardia è meno intenso del solito alla vigilia di Ferragosto. Eppure il tema della «decenza» sul posto di lavoro - esploso dopo la raccomandazione del presidente della Provincia Filippo Penati ai suoi dipendenti di non indossare le infradito sul lavoro - sembra appassionare gli impiegati delle Istituzioni milanesi. «Le uso e non mi faccio grandi problemi», dice Laura, 33 anni, impiegata all’ufficio contratti del Pirellone, che al braccio sfoggia un tatuaggio evidente, mostrando di non farsi problemi neanche su quello. «E poi - continua - non ci sarebbero cose più serie a cui pensare sul posto di lavoro?». Dopo di lei, dalle porte automatiche del palazzo, esce disinvolta Giovanna: «Qui in Regione, per fortuna, non abbiamo mai ricevuto alcuno stop. E poi si vedono tanti uomini con quei sandali da frate e i calzoni corti... Perché noi non dovremmo portare le infradito?».
«Ma siamo matti? Per me sul lavoro ci vuole un po’ di ordine, di presentabilità. Avete mai visto dei carabinieri coi sandali? Allora perché dovrebbero esserci degli impiegati che mostrano i piedi?», dice Assunta, commessa, mentre al suo fianco Rosanna mostra delle flip-flop bianche e dice: «Mi hanno anche detto che sarebbe meglio evitare. Ma non mi pare di essere sconcia». Impeccabile nello stile uniforme è Mariagrazia, anche lei commessa in Regione: «Per me la divisa è l’ideale per relazionarsi col pubblico e dare un’immagine più professionale».
In Comune il «partito delle infradito» ottiene una maggioranza schiacciante. «Comodissime, soprattutto con questo caldo che mi fa impazzire» dice Isabella Sabatelli, impiegata del coordinamento servizio ausiliario, aggiungendo che, «semmai, c’è altro di cui vergognarsi». E, con una vivace espressione napoletana, chiama in causa certi decolleté non proprio freschissimi. «Mai flip-flop sul posto di lavoro - dichiara senza esitazioni Silvana Stella dell’Anagrafe, che indossa un paio di zoccoli di cui va fiera -. Non sono aperti come le infradito, che oltretutto sono anche pericolose, e li ho pagati più di cento euro!». Nulla da ridire, invece, sugli abiti scollati: «Così può andare - dice indicando il suo vestito azzurro -. La cosa indecente sono i pantaloni con slip a vista».
Tutto dipende dal tipo, secondo Salvatore Sciascia: «Delle belle infradito di marca non sono certo la stessa cosa di un paio di ciabatte di gomma» afferma e, seguendo con sguardo di rimprovero una passante che le indossa, aggiunge che «i piedi devono essere curati, anche se in giro si vede di tutto...». Una tesi condivisa anche da Marilena Romanelli, in servizio alle Autorizzazioni commerciali, che ne fa una questione di stile: «Certo, un conto è indossare quelle da piscina... Ma il mio è un discorso che si potrebbe applicare a qualunque calzatura o vestito». Per qualcuno, invece, le flip-flop sono solo provvidenziali: «Sono belle e pratiche, soprattutto quando fa molto caldo - dichiara Marcella Recluti dell’ufficio personale -. Come in ogni cosa, comunque, basta un po’ di buonsenso e di rispetto per il pubblico». Poi si giustifica per la canottiera «perché non abbiamo l’aria condizionata». Giuseppe Saffiotti, custode del Comune in quel di via Larga, pensa che ognuno debba vestirsi come meglio crede, con un piccolo distinguo: «Le donne stanno bene in tutti i modi - dice -, mentre gli uomini dovrebbero evitare sandali e bermuda al lavoro». Il buon gusto, a prescindere dalle infradito, è fondamentale per Cinzia Di Stefano: «Forse se si è arrivati a suggerire alla gente come vestirsi è perché non ne circolava tanto».
I dipendenti della Provincia, direttamente chiamati in causa, non condividono questa «criminalizzazione»: «Non credo che un paio di sandali con una zeppona sia più elegante - dice Silvia Dalla Casa dell’ufficio comunicazione -. Certo ci vuole un po’ di equilibrio». Lei, ad esempio, predilige jeans, t-shirt e scarpe da tennis, ma nelle occasioni «ufficiali» sceglie capi più formali. D’accordo anche Erika Panassidi: «Il punto non è il vestito ma come lo si porta». Esempio? «Be’ - risponde - magari una minigonna su una signora attempata...». Che le infradito siano solo un capro espiatorio e il vero obiettivo sia lo stile succinto di alcune signore di Palazzo Isimbardi? Qualcuno nega: «Non mi sembra che quelle più vicine a Penati abbiano uno stile proprio austero».