Popolo e alta finanza, ecco i no-tax anti Obama

IDEE Antistatalisti, federalisti, antigay e anti-immigrati: una Lega in salsa americana

Barack Obama non sa più dove guardare: a Nashville? A New York? A Omaha? Su questo triangolo si muove il mondo no-tax che spaventa il presidente. È l’ultimo nemico, forse il più pericoloso, perché imprevedibile, ingestibile, incontrollabile. È un misto di popolo ed élite politico-finanziaria che ha come collante l’idea di una ribellione fiscale. Passa attraverso i volti e le parole di tre personaggi che l’America e il mondo conoscono: Sarah Palin, Michael Bloomberg, Warren Buffett. Cioè la repubblicana determinata e populista, il sindaco della città più importante d’America, il finanziere più ricco e potente del pianeta. Non c’entrano nulla tra loro eppure c’entrano tutto. Da tre punti di vista diversi vogliono la stessa cosa: abbattere l’interventismo anti-liberista dell’amministrazione americana, frenare l’ingerenza di Washington in economia, bloccare l’idea della tassa sulle banche.
Obama è il Diavolo per il popolo che ieri sera ha ascoltato Sarah Palin dal palco di Nashville, in Tennessee. Ha parlato dalla convention dei Tea Party, il gruppo politico che da mesi agita la politica americana. Dopo l’esordio in piazza quest’estate attorno a Capitol Hill, ora alla convention di Nashville sono chiamati a decidere cosa vogliono fare da grandi. Hanno candidati ipotetici per le elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Hanno spazio in tv e alla radio. Hanno uno spicchio di mondo che può allargarsi o restringersi. L’America li guarda e si chiede se saranno una folkloristica meteora o un gruppo con cui fare i conti nel futuro. Per ora li lega la protesta, estremista e intransigente, amplificata dalle stelle della Fox. Non sopportano «Washington ladrona». Odiano il palazzo, l’establishment di Capitol Hill, pieno di «parassiti» di destra e di sinistra, venduti alle lobby che vivono alle spalle dei contribuenti pensando solo a farsi rieleggere. Per capire i loro toni basta leggere uno dei seminari in programma questi giorni, dedicato alle «connessioni tra l’Amministrazione Obama e le dittature marxiste dell’America latina degli anni ’70». Antistatalisti convinti, fortemente federalisti, antigay e anti immigrati, sembrano una Lega in salsa americana. Raccolgono le paure di un ceto medio composto di small business, il nostro popolo delle partite Iva, terrorizzato dalle politiche sociali della nuova amministrazione, che teme come il demonio la globalizzazione. Nel contestare apertamente il fisco federale, si rifanno ai primi americani che nel 1773 scatenarono la rivolta contro l’oppressore inglese gettando casse di tè nel porto di Boston. Sarah Palin è la loro eroina e ieri ha parlato della pressione fiscale troppo forte, di una Washington incapace di rilanciare il sogno americano, di un’economia paralizzata dalla presenza eccessiva dello Stato.
Dal basso, lei dice le stesse cose che arrivano dall’alto. Dai grattacieli di Manhattan, dal cuore finanziario del Paese che ha votato Obama un anno fa e adesso lo scopre nemico di Wall Street. Il presidente ha lanciato la sua tassa sulle banche. Ha avuto pochi applausi e molta freddezza. Soprattutto ha trovato un uomo potente quasi quanto lui che s’è messo a capo del mondo che si oppone all’idea di recuperare così i soldi del governo. Michael Bloomberg, eccolo il leader dei ribelli. Cioè il simbolo del business e della metropoli del business, New York. «Se volete vedere che cosa succede a una città con il crollo della sua industria principale, date un’occhiata a Detroit», ha detto il sindaco di New York. Come a dire che se il provvedimento fiscale passerà la Grande Mela farà la fine della città delle auto. Bloomberg si muove, si agita, lavora: è il nuovo terminale politico della finanza, così come Sarah Palin lo è dei piccoli imprenditori. Grandi e piccoli, alto e basso, tutti contro Obama l’esattore, accusato di voler rivalersi sulla gente comune degli sforzi governativi fatti negli ultimi mesi per salvare l’economia americana. Bloomberg l’ha teorizzato: «È grazie ai soldi versati dalle grandi banche di Wall Street che paghiamo i nostri poliziotti, i vigili del fuoco e gli altri lavoratori pubblici». Se colpisci le banche alla fine colpisci loro, non i banchieri. È la stessa cosa che arriva da Omaha, in Nebraska, dalla dimora di Warren Buffett, l’oracolo della finanza Usa. S’infila anche nel solco della delusione che spinge verso la ribellione fiscale. «La tassa sulle banche? Non la capisco, non ha senso. È una vendetta, non una buona politica fiscale. È un tentativo per punirle e in questo non ci vedo nulla di razionale». Era un amico di Obama, Buffett. In nome di meno tasse non lo è più. E per il presidente questo, come la Palin e come Bloomberg, è un problema.