Il popolo giallorosso: «Capitano, siamo qui»

Massimo Malpica

«Con tutto il rispetto per i chirurghi lì dentro, che hanno fatto di sicuro un bel lavoro, siamo noi la vera cura del Capitano». Il Capitano, con la C che è maiuscola anche nella pronuncia, ovviamente è Francesco Totti. La terapia parlante, invece, è uno dei tifosi che aspetta fuori dai cancelli di Villa Stuart, su via Trionfale, anche se sa «che tanto lo dimettono domani mattina. Ma deve sapere che non è solo, che il suo popolo è qui fuori ad aspettarlo, e tornerà presto».
In fondo al lungo viale, al secondo piano dell’elegante clinica, Totti a dire il vero non è mai solo, e ha piuttosto il problema opposto. Ci sono Ilary e il piccolo Christian, ci sono i politici, da Veltroni a Berlusconi. C’è la mamma del numero 10 giallorosso, e per tutto il giorno la sfilata dei compagni. Ecco Chivu, ecco Mexes e Dacourt, ecco Vincenzo Montella, l’Aeroplanino, che ha preso il suo posto contro l’Empoli quando si è infortunato. Poi arrivano i giovani Curci e Aquilani. E nel parcheggio di Villa Stuart si moltiplicano le Mercedes e i lussuosi «Suv d’ordinanza» dei calciatori che, il giorno dopo il record di vittorie, vengono a salutare l’uomo più rappresentativo della rinascita giallorossa. Il Capitano che non ha potuto festeggiare un trionfo storico, perché domenica era già sotto i ferri mentre i compagni ancora giocavano. La stanza di Francesco è meta di un pellegrinaggio che non conosce soste, e se non fosse per i malcapitati addetti alla vigilanza, costretti agli straordinari per «filtrare» pazienti e clienti della struttura sanitaria da tifosi, curiosi, giornalisti e fotografi, la clinica verrebbe invasa.
C’è un uomo della sicurezza persino di fronte all’ascensore, pronto a fulminare con lo sguardo chiunque gli si avvicini. Ci prova comunque un signore in pigiama e stampelle. «Totti sta al secondo piano, vero?». Nessuna risposta. «Ma se uno come me lo va a trova’ così, con le stampelle?». «Non credo sia il caso», risponde lapidario l’uomo dell’ascensore. L’altro insiste, «ma sono romanista e mi sono fatto male proprio nel suo stesso punto...». Tutto inutile, nemmeno il tentativo di toccare le corde della commozione va a segno. «Se tutti quelli come lei avessero st’idea... S’immagina?», taglia corto il «guardiano», togliendo al reduce del reparto d’ortopedia anche l’ultima speranza. Sono quasi le 15 e fuori, intanto, i tifosi nemmeno ci provano a forzare i blocchi. «Meglio così, deve stare tranquillo per superare questo momento difficile e tornare presto, pronto per i mondiali», spiega Ezio, 40 anni, tifoso della Roma «da quando Totti manco era nato». «Stavo tornando al lavoro - spiega senza scendere dallo scooter - e sono passato di qui per rendere omaggio al campione». Come Alessandro e Marco, due ragazzi che sono venuti apposta da Prima Porta «per far sentire a Totti che siamo qui, che siamo con lui». Quando Aquilani arriva in clinica e si ferma prima di entrare, cento urla dei tifosi gli affidano altrettanti messaggi d’amore per il capitano. Un ragazzo, cappello giallorosso calato fin sugli occhi, appoggiato al cancello d’ingresso scruta verso le lontane finestre della clinica, e ha un sussulto quando qualcuno conferma che le dimissioni sono posticipate al mattino dopo. «Io te lo dico, se esce domani io non vado a scuola, io torno qui, se lo dimettono», afferma perentorio con l’amico che lo ha accompagnato. Il quale, da parte sua, ha un’ipotesi suggestiva sul perché Totti, ieri al risveglio, abbia chiesto la Nutella. «Povero Francesco, è chiaro, se doveva leva’ quel saporaccio brutto de Vanigli».