Il popolo Pdl in piazza abbraccia il Cavaliere: "Silvio, non molliamo"

Manifestazioni dei militanti dal Colle a palazzo Grazioli. Tra i fan c’è rabbia e voglia di riscatto: "I premier vanno eletti"

La rabbia. Lo spaesamento. La voglia di non mollare. L’attesa. Il popolo azzurro non è sparito, non si è liquefatto, anzi alza la testa: si concentra al teatro Manzoni di Milano, sfila al Quirinale e si compatta davanti al luogo simbolo della Roma berlusconiana, palazzo Grazioli. Cartoline da un’Italia che non vuole andare in soffitta o, peggio, nelle catacombe. I militanti trasformano lo sbandamento in energia e si aggrappano alla rete per esibire il proprio orgoglio, mitragliare giudizi e rilanciare l’avventura politica giunta a un passo molto difficile. Altro che resa, altro che facce rosse di vergogna, altro che diserzione di massa. Il cielo livido del’92 non è uno specchio per questa gente. Gli sguardi bassi e i passi defilati dei democristiani e dei socialisti al tracollo della Prima repubblica non si ripeteranno. Lo si è capito subito, sabato mattina al Manzoni di Milano dove almeno mille persone si sono ritrovate per ascoltare Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti e hanno riempito la sala di battimani, standing ovation e appelli a resistere. Lo si è visto nella domenica dell’ascesa del professor Monti, con tanti, tantissimi giovani accorsi al Quirinale e poi a palazzo Grazioli per accompagnare il Cavaliere nel difficile guado.
Chi prevedeva la smobilitazione, o peggio la dissoluzione di quel mondo, ha sbagliato la profezia, il partito di plastica si dimostra vivo, i suoi militanti non hanno alcuna intenzione di arrendersi. «Silvio non mollare» e «elezioni subito», sono anche sul web i messaggi più ricorrenti. Ma non mancano quelli che se la prendono con Fini e altri che, come vignettisti consumati, giocano accostando i nomi di Monti e Tremonti. Certo, per la prima volta dopo diciassette anni, il futuro è un punto di domanda, ma la base, quella militante e anche quella tradizionalmente più tiepida, non ha nessuna intenzione di restare a casa in attesa degli eventi. Sabato sera in piazza si sono visti gli ultrà di segno opposto, pronti a riempire il Cavaliere di insulti e a brindare al suo addio, ma, proprio in quel momento, sono stati i ragazzi della Giovane Italia ad accogliere e incoraggiare Berlusconi davanti a Palazzo Grazioli, esibendo striscioni senza se e senza ma: «Il governo lo sceglie il popolo sovrano» e «c’è solo un presidente».
Ieri pomeriggio, a sorpresa, cinquecento giovani, fra cui il deputato Fabio Rampelli e nel finale anche l’ormai ex ministro Giorgia Meloni, si sono radunati al Quirinale, sventolando bandiere tricolori, e gridando «chi non salta un banchiere è». Poi la folla, cresciuta via via, ha raggiunto Palazzo Grazioli scandendo a tutto volume uno slogan fin troppo chiaro: «Ma quale Monti, ma quale Amato, ogni governo dev’essere votato». Il Cavaliere è uscito, ha stretto le mani dei più vicini, li ha ringraziati prima di infilarsi nell’auto blu. «Abbiamo lavato l’onta di ieri sera», ripetevano i partecipanti alla fine, soddisfatti per aver cancellato con la loro presenza le immagini dei fischi trasmesse 24 ore prima dalle tv.
Insomma, la caduta non è stata accompagnata da un tonfo: non siamo dale parti dell’8 settembre e nemmeno del 25 aprile, anche se a Roma, e non solo a Roma, si sono sentiti i cori degli anti che cantavano: «O bella ciao».
«C’è molto fermento fra i fan del Cavaliere - spiega Diego Destro che sul suo blog, Daw, intercetta gli umori di tanti elettori del Pdl - ci sono quelli che invocano le lezioni e altri che invece accettano la sfida del governo Monti. Direi che in qualche modo i messaggi sul blog e anche su altri siti vicini al centrodestra riflettono le spaccature interne al Pdl. Ma mi pare che ci sia una prevalenza del partito di chi vuole andare immediatamente al voto».
Si vedrà. Ma la cartolina dei cinquecento che urlavano «Silvio Silvio» non sembra l’ultima pagina di un vecchio album. Semmai l’inizio di qualcosa di nuovo.