IL POPOLO TEORICO

È evidente che nessuna legge può fare diventare «popolo italiano» immigrati lontani dalla nostra storia, dalla nostra religione e spesso quasi ignari della nostra lingua, i tre elementi fondanti di ogni popolo: potranno diventare, sì, cittadini italiani, ma il processo di integrazione sarà ben più lungo e difficoltoso di quanto preveda – a tavolino – un semplice provvedimento legislativo. Lo hanno dimostrato bene le recenti sommosse nelle città francesi, rivolte non dovute esclusivamente all'aggressività e alla diversità dei musulmani naturalizzati, che avevano le loro ragioni. Infatti i legislatori possono facilmente stabilire un'uguaglianza teorica con un tratto di penna, ma fare accettare quell'uguaglianza alla popolazione – francese, tedesca o italiana che sia – è tutt'altra cosa. Ero a Parigi, nei giorni i cui le banlieux venivano messe a ferro e fuoco da giovani francesi mussulmani che mi dicevano tutti la stessa cosa: che ogni azienda o cittadino francese, dovendo decidere un'assunzione o una collaborazione, preferivano sempre un francese, con il quale avevano comunanza di storia e religione; e che bastava che un curriculum iniziasse con un nome arabo o africano perché finisse subito nel cestino. È nella natura umana la predilezione verso il simile, piuttosto che verso il diverso.
Gli antropologi, che di mestiere studiano queste cose, lo sanno benissimo, e è davvero singolare che proprio gli antropologi vengano ignorati quando si tratta di prendere decisioni delicate come l'innesto di popolazioni in altre popolazioni. Con strepitosa faciloneria si preferisce prendere per buono e applicabile ovunque l'esempio americano, che però non è trasferibile alla situazione europea attuale. Ida Magli, grande antropologa non a caso ignorata dal mondo politico, ne ha scritto anche pochi giorni fa (www.italianiliberi.it). Tutti coloro che sono sopraggiunti dopo la conquista di un territorio strappato agli autoctoni indiani, scrive la Magli, hanno avuto la consapevolezza che si trattava di un «nuovo Grande Paese»: nuovo nel senso che non aveva nessuna storia alle spalle e del quale quindi erano loro i primi a scriverla: «Per questo, dunque, propria terra e propria patria». Gli americani «non hanno altra storia che quella della conquista alle loro spalle: una storia breve e vittoriosa. Non possiedono altra lingua, altra letteratura, altra musica, e la cultura americana è l’unico modello nel quale si riconoscono. Ma soprattutto, possiedono un territorio sconfinato, nel quale ognuno può fare il proprio nido senza dover togliere il nido agli altri». Un altro motivo per il quale non è possibile prendere l’America come esempio di convivenza di popoli diversi è questo: «La competizione, l’aggressività degli uni verso tutti gli altri è un dato scontato ed anzi obbligatorio. Nessuna ipocrisia, nessuna falsa bontà: l’aggressività, la sfida fa parte dei rapporti quotidiani e, o accetti la competizione oppure perdi la partita». Del resto anche negli Usa le differenze fra razze, culture, religioni si sentono – eccome - e comportano tensioni e lotte quotidiane. «Ma, appunto, in America l’aggressività fa parte delle virtù quotidiane», conclude Ida Magli. Da noi no. Non siamo abituati, anzi, all'aggressività naturale in popolazioni tanto più povere e incolte della nostra e in una religione per sua natura conquistatrice e intollerante.
Paradossalmente, dunque, saranno proprio gli italiani a porre istintivi – e legittimi – ostacoli all'integrazione, se ci verrà imposta precipitevolmente, in dosi eccessive e con faciloneria. E se l'Unione prevede di ottenere un milione di voti dagli emigrati, è facile ne perda molti di più fra gli italiani.
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