Porcellana, la passione dei re

Il sogno di un re, anzi di due re, padre e figlio. La mostra torinese «Sovrane fragilità» espone alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto la raffinata produzione di porcellane delle due Fabbriche Reali di Capodimonte e di Napoli. Un periodo relativamente breve - dal 1743 al 1806 - un altissimo risultato artistico frutto del lavoro e della genialità di una miriade di personaggi: i modellatori, gli intagliatori, i pittori, i «tiratori di rota». E i corteggiati «arcanisti», gli inventori dell’impasto ceramico che doveva essere sempre più sottile, più luminoso, più puro. Un segreto dell’arcanista Livio Schepers, genialissimo, che era anche direttore della Reale Fabbrica. Peccato che fosse così lunatico e rissoso da finire espulso dalla sua stessa manifattura nel 1744.
Della porcellana andava pazzo il re Carlo di Borbone che, da quando aveva impalmato la principessa Maria Amalia, nipote di Augusto di Sassonia (il fondatore delle celebri manifatture di Meissen) smaniava dalla voglia di emulare la famiglia della moglie. Perciò l’architetto Sanfelice dovette in quattro e quattr’otto realizzare la nuova fabbrica nel bosco di Capodimonte, nei pressi della reggia ancora in costruzione.
Anni fervidi, quelli di Capodimonte. La produzione esprimeva tutta la grazia, la squisitezza, la felicità del rococò in una miriade di statuine (venditrici di pane, lavandaie, damigelle, satiri, giocolieri, danzatrici), mentre i pittori (tra i quali una donna, Maria Caselli), ricoprivano di fiori multicolori e di cineserie tazze, brocche, piatti. L’apice della manifattura carolina fu raggiunto col «Salottino di porcellana», commissionato dal sovrano nel 1757 per la reggia di Portici. Ma si era alla fine. Arrivato dalla Spagna, re Carlo ci dovette ritornare. Partì nel 1759, non prima di avere ordinato «di demolire tutte le fornaci e distruggere tutti i comodi attinenti a quel mestiere per non lasciarne memoria», come scrisse lo storico Minieri Riccio.
Ma il tarlo della porcellana contagiò il successore. Sul trono di Napoli salì Ferdinando, quello che la storiografia antiborbonica continuò a definire il «re lazzarone», e poco importa che abbia fondato quel miracolo di architettura che furono le seterie di San Leucio con annesse abitazioni per gli operai. Punto dal desiderio di emulare il padre, il giovane Ferdinando creò a sua volta la propria fabbrica, nel palazzo reale di Napoli, chiamando a dirigerla nel 1780 Domenico Venuti. Se la manifattura carolina esprimeva un gusto squisitamente rocaille, quella ferdinandea si ispirò al più semplice e lineare stile neoclassico, influenzato dagli incredibili reperti archeologici che a fine Settecento emergevano dagli scavi di Ercolano e Pompei. Sotto la direzione di Domenico Venuti vennero realizzati sontuosi servizi da tavola, come il «Servizio ercolanese» del 1782 (regalato da Ferdinando al padre non si sa se per fargli più piacere o più dispetto) o il «Servizio con i costumi popolari» o quello «delle vedute napoletane». Tutti esposti a Torino insieme con gli straordinari, candidi biscuit che resero famoso il nome del capo intagliatore Filippo Tagliolini.
Nel 1806 arrivarono i francesi che con molta liberté ed egalité decretarono la fine della manifattura. Ferdinando riparò a Palermo, Giuseppe Bonaparte vendette la fabbrica allo svizzero Giovanni Poulard che cercò di continuare la produzione. Ma l’eleganza della porcellana con il monogramma FRF (Fabbrica Reale Ferdinandea) era ormai un ricordo.
LA MOSTRA
Sovrane fragilità. Le fabbriche reali di Capodimonte e di Napoli. Torino, Lingotto. Catalogo Electa. Fino al 26 agosto. Info. 011.0062713. www.pinacoteca-agnelli.it