Il porcellum egiziano? Sei turni in tre mesi

Altro che democrazia: è un caso programmato. Il ministro dell'Interno chiede il rinvio del voto di lunedì per ragioni di sicurezza

Se la crisi politica non rientrata e le violenze mai arginate fanno sembrare impossibile tenere un’elezione fra quattro giorni, al Cairo a pochi metri da piazza Tahrir i manifesti elettorali, i cartelloni fai da te e qualche volantino calpestato ricordano che fino a pochi giorni fa l’Egitto si stava preparando a un voto storico. Oggi, molte forze politiche hanno interrotto la campagna elettorale e anche se i militari hanno promesso di andare avanti con le elezioni parlamentari, i dubbi sul voto sono molti. Lo erano però - per diverse ragioni - anche prima degli ultimi eventi. Commentatori, esperti e leader politici denunciano disorganizzazione nei preparativi, parlano di mancanza di informazione sulle modalità elettorali e criticano la riforma della legge elettorale, presentata a settembre dai militari.

Sulla televisione di Stato passano spot per invitare al voto. Mancano però pubblicità su come e quando votare. E sarebbero necessarie, visto che la nuova legge è complicata e le elezioni - se si terranno - inizieranno il 28 novembre per finire soltanto a metà febbraio. Si vota per zone geografiche, prima - in tre turni - per l’elezione dei rappresentanti del Maglis Al Shaab, l’Assemblea popolare o Camera bassa. Poi, in altri tre turni, si deciderà la composizione del Maglis Al Shura, la Camera alta. I due terzi dell’Assemblea saranno eletti attraverso un sistema a liste bloccate; un terzo attraverso un voto di preferenza. Il sistema risulterebbe complicato ovunque, figurarsi in un Paese in cui il tasso di analfabetizzazione è alto e in cui molti degli elettori andranno a votare per un «disegno».

A pochi metri da piazza Tahrir, sullo striscione di una candidata per il partito della Rivoluzione egiziana, c’è l’immagine di un francobollo. Lungo la via per l’aeroporto, un aspirante deputato per il quartiere chic di Heliopolis è rappresentato da un pallone da calcio.

Quando la giunta militare ha presentato la legge, alcuni esperti hanno parlato di un sistema difficile da comprendere per gli elettori e di un mezzo politico del regime per restare al potere. Dietro la sua ideazione, suggerisce Ahmed Samih, capo dell’organizzaizone egiziana Andalus, che monitorerà il voto, il generale Mamdouh Shahin, assistente per gli Affari legali del feldamresciallo Tantawi dai tempi in cui era ministro della Giustizia di Hosni Mubarak. «Un falul da sempre», lo definisce Samih usando la parola in dialetto con cui gli egiziani fanno riferimento ai «resti» politici dell’ex regime.

Il generale ha spiegato che le elezioni si terranno in più fasi per facilitare il compito degli osservatori, ma per Samih la tempistica riflette problemi di logistica: «Non hanno abbastanza polizia e giudici per controllare tutti i seggi contemporaneamente. Hanno separato le elezioni di Camera alta e bassa perché vogliono vedere come andrà il primo voto per controllare il secondo», spiega.
Per Negad El Borai, attivista per i diritti umani e avvocato, il problema sarà lo spoglio: «Neppure i magistrati che lo monitoreranno hanno capito come funziona - dice - Il governo potrà usare questa confusione per pilotare il voto».

La disorganizzazione va oltre le complessità della legge: «Non hanno dato tempo agli elettori per studiare i programmi», spiega El Borai. E nonostante gli spot della televisione di Stato e un sito Internet, che non aiuta molto in un Paese dove l’accesso al web non è privilegio delle masse, è facile incontrare persone che non sanno neppure le date esatte delle elezioni. «Devo chiederlo a mia moglie», ci ha detto un uomo. Se i militari avessero voluto spiegare il voto avrebbero potuto farlo - spiega Samih - controllano tv, radio, giornali: sono ovunque».