«Porcile», la società divora i suoi figli

Miriam D’Ambrosio

«Questo spettacolo è molto diverso da Pilade, dove si è lavorato soprattutto sulle improvvisazioni. Porcile, nell'intenzione di Antonio, è nato con una differente struttura, con due gruppi distinti: quello di Julian e Ida, i più giovani, da una parte, e tutti gli altri, padre, madre, dall'altra, chiusi in una struttura precisa, formalizzata».
A parlare è Annibale Pavone, Julian, il protagonista di Porcile di Pier Paolo Pasolini, regìa di Antonio Latella, in scena al Teatro Out Off stasera (ore 21) e sabato 11 (ore 19), il giorno della maratona pasoliniana che si apre con Pilade (alle 15,30) e chiude con Bestia da stile (alle 22).
«Julian e Ida rappresentano la vitalità gioiosa, la freschezza - spiega Pavone - mentre il gruppo familiare, il gruppo degli adulti, è una seconda realtà. Gli attori che la incarnano portano maschere abnormi, di lattice, che deformano i volti. Per ottenere una maggiore distanza Latella ha voluto che provassimo separati, lontani fisicamente. Due gruppi, l'uno non sapeva cosa combinasse l'altro. Io e Stefania Troise (Ida) abbiamo lavorato tanto sull'improvvisazione».
Porcile è un testo molto più teatrale di Pilade nella costruzione dei dialoghi. Pilade è stato il primo testo di Pasolini messo in scena da Latella, tre anni fa. Poi, nell'agosto del 2003 al Festival di Salisburgo, il regista ha portato Porcile, il suo "secondo passo" verso la trilogia, verso un "affondo" completo. Lui ha sempre sostenuto che per entrare nello spirito di un autore, bisogna rappresentarne almeno tre testi.
«Pilade affronta la situazione politica della città, ma in Porcile è forte l'ambito familiare - continua l'attore - Julian non si ribella al padre perché capisce che qualsiasi forma di ribellione è inutile. È potere che si rinnova sostituendone un altro. La società ti divora comunque, sia se accetti le regole, sia se ti ribelli».
E allora Julian sceglie il silenzio, il digiuno totale delle parole, la vera rivoluzione, destabilizzante. Per tre mesi si chiude in sé stesso, lontano dal mondo dei padri imprenditori, lontano dalla donna che ama e vicino al "dono della natura", alla terra e a chi la lavora. Julian e Ida sono vestiti con abiti di lino bianco e il mondo che li circonda è grottesco, deforme, ispirato alla pittura di Grosz (Berlino, 1893-1959).
«Ma Ida diventa come il padre e il suo costume cambia - conclude Pavone - la storia tra lei e Julian, Antonio l'ha vista come una storia d'amore vera (e anche l'autore). Ma Julian sente il cambiamento di Ida che si allontana da lui. È l'inizio della fine». E quel primo (apre la tragedia) delicatissimo e intenso dialogo tra i due che si parlano il primo giorno di primavera, giorno del compleanno di Julian, non tornerà.
E il protagonista di questo testo a metà tra teatro borghese e teatro dell'assurdo, questo Julian, a metà tra un San Sebastiano manierista (così lo vede sua madre) e uno Charlot (così lo vede Ida), scioglie il suo segreto, sceglie la natura, l'amato porcile, metafora, luogo dell'autenticità sessuale e spirituale, viene divorato dai maiali, assimilato, inglobato alla natura, in una estrema ricerca di purezza contadina («io non potrò mai essere puro come loro», dice il protagonista pensando ai braccianti e, forse, pensando al servo muto che lo accompagna: «C'è un rapporto d'intesa tra i due - conclude Pavone - è una figura bella, presente durante tutto lo spettacolo»).