Il porno, la politica e ora la diplomazia. La terza vita dell’ex galeotto Cardella

Latitante per anni, si era rifugiato in Nicaragua. Il presidente Ortega lo ha scelto come ambasciatore. Incaricato per il Maghreb, ma curerà anche i rapporti con l'Italia

Non potendo aspirare al premio Nobel per la chimica, e neppure alla carica di arcivescovo di Miranda e Braganza (solo perché non ci si è mai applicato, va detto) l’ex latitante Francesco Cardella è diventato per il momento ambasciatore del Nicaragua. Con tanto di redingote, feluca e distintivo dell’Ordine della Banana (uno ci sarà pure) consegnatigli personalmente da Daniel Ortega, oggi presidente di quel ridente Paese centramericano e fino all’altro ieri capo dei guerriglieri marxisti del Fronte sandinista di liberazione nazionale.

Ambasciatore in Arabia Saudita, nel Maghreb e - per colmo dei colmi, e ironia della sorte tambien - con delega ai rapporti economici con l’Italia. Era un avanzo di galera, Cardella. Finisce che se va a Palazzo Chigi dovranno scappellarsi davanti alla sua barba e ai suoi baffi da bucaniere.

Una notizia dell’altro mondo, diranno gli sprovveduti e gli smemorati. Ma solo perché viene dall’altra parte del pianeta, aggiungiamo noi. Perché da uno come Cardella è lecito aspettarsi di tutto: che vada a fare il trappista o il presidente della Paramount.

Sissignori. Il guru della comunità “Saman”, l’uomo che la magistratura accusò di aver fatto ammazzare Mauro Rostagno, icona della sinistra ai tempi di Lotta continua e di Adriano Sofri, è tornato. Editore porno, discepolo arancione alla corte del Bagwan Rajneesh prima di mettersi in proprio, imbroglione per vocazione, grande farabolaro (per dirla con Montanelli) affarista all’ingrosso, biscazziere e gran protagonista alla corte di Craxi, quando i socialisti contavano ancora qualcosa. Ecco: questo, e molto altro ancora, è stato Cardella. Per molto meno, c’è gente che si fa passare per genio. A Cardella, secondo il parere di chi scrive, la qualifica spetta di diritto.

Un profeta del genio italico, se non altro. Nel bene e nel male.
L’uomo, che oggi ha 67 anni, nasce a Trapani, da padre direttore delle Poste e madre pianista. Comincia come giornalista. Ma di quelli che hanno il lampo, e capiscono che questo è un bellissimo mestiere da abbandonare per tempo. Comincia a “Playmen”, mensile di donne nude e prosegue con Supersex. “Executive”, che avrebbe dovuto essere il “Playboy” italiano, firme di lusso e femmine a culo nudo, dura un solo numero. Ma Cardella non molla. Nascono “Os”, “Ov”, un po’ più plebei, e le palanche fioccano.

Nel frattempo conosce Rostagno, Sofri, Viale, la trimurti di Lotta continua. Porno e politica. Cardella ci sguazza come un porco nelle mele. Nasce “Abc”, e Cardella (parole sue) arriva a incassare 50 milioni di lire alla settimana. Anni d’oro. A Claudio Sabelli Fioretti, che quattro anni fa gli fece una memorabile intervista, raccontò: «Vedevo Rostagno, frequentavo Macondo (centro alternativo di grandi cazzari persi dietro la bambola della rivoluzione e il miraggio di stravaganti filosofie indiane, ndr) avevo comprato un palazzo nel centro di Milano, stavo con una ragazza comunista di Soccorso rosso. Spendevo soldi, vivevo bene. Però mi chiedevo: che faccio della mia vita?».

Se ne andò in India, dal profeta Rajneesh, quello dei Beatles: il Maestro che una volta, sfibrato dopo una meditazione bestiale durata giorni, rivelò ai suoi discepoli: «Essere ricchi è meglio che essere poveri». E quando il Maestro, che non era un fesso, se ne andò in America, a fare la star, l’arancione Cardella se ne tornò in Italia. L’idea era quella di aprire un grande centro per gli arancioni orfani del santone. Rostagno, che ci credeva, e un giorno si era congratulato con Cardella per lo scampato pericolo («Meno male che non abbiamo vinto - gli disse una volta -. Te lo immagini uno Stato con Adriano Sofri presidente del Consiglio?»), Rostagno, si diceva, lo seguì nell’iniziativa.

È la grande stagione di Cardella in versione guru. Predicazione, meditazione e cazzeggio. Il gruppo, che si era andato infoltendo strada facendo di altri sbandati, visionari e vagabondi, si trasferisce in una grande villa che il Genio aveva in Sicilia, con piscina, orti, alberi, servitù. Nasce “Saman”. L’eroina va di gran moda. E la droga suggerisce, e poi impone, l’idea della “comunità” per sdrogarsi. Muccioli va alla grande, “Saman” segue a ruota. Poi ammazzano Rostagno, che predicava contro i mafiosi della zona da un canale televisivo locale, e “Saman” diventa la classica miniera d’oro. «Fu un’isteria collettiva», confessò Cardella. «Le donazioni private e le contribuzioni pubbliche cominciarono a piovere. Ci davano interi palazzi. Prima non mi filava nessuno. Poi mi dettero l’Ambrogino d’oro».

Lo arrestarono per certi corsi di formazione fantasma, accusandolo di peculato. Patteggiò. Ma alla fine, quando capì che lo avrebbero messo di nuovo in carcere per la morte di Rostagno (accusa poi caduta) scappò in Nicaragua. Lasciandosi alle spalle la Rolls e il jet privato col quale scarrozzava il Bettino Craxi già inguaiato da Mani Pulite.

In Nicaragua il Genio si rilassa: dipinge, va a pesca, fa grandi bagni, elabora il lutto (così disse, l’impunito), si costruisce una casa su un albero. E alla fine, siccome lavorare bisogna, rileva il 50 per cento di un Casinò.

Politicamente, se vogliamo, Cardella è rimasto un uomo di sinistra. Ma a Sabelli Fioretti, che gli domandò per chi avrebbe votato, rispose: «Oggi mi sento più garantito da Berlusconi che da Rutelli».
Il suo mito era Craxi, «l’uomo politico italiano più importante del XX secolo dopo Mussolini». Statista circondato da adulatori, nani e ballerine? Eccome, sottoscrisse Cardella, assegnando la palma d’oro degli adulatori a Giuliano Amato.

Uno così dovremmo nominarlo rappresentante permanente all’Onu del genio italico. Berlusconi, che lo conosce (e lo trovava irresistibile, a modo suo, s’intende) caldeggerebbe.

Una volta che Cardella si trovò allo stesso tavolo di Bettino e di Silvio, in un ristorante sui Navigli, il Cavaliere gli disse: «Ma lo sa, Cardella, che sembra un profugo polacco che beve il caffelatte?». Il futuro ambasciatore del Nicaragua gli rispose: «Silvio, ti sbagli. Io non sembro, sono un profugo». Un genio, vi dico.