La porpora di Ferrara

Da figlio d’arte di una famiglia ultracomunista romana, a grande fratello orco della televisione italiana, a «padre Giuliano», intellettuale neo-con, quasi canonizzato ieri dalle sorprendenti parole con cui Papa Benedetto XVI ha salutato e approvato la sua ultima battaglia. Giuliano Ferrara, giocando con alcuni tratti felini del suo incarnato, arrivò a scegliere come logo di un suo programma televisivo la silhouette di un gatto. E di certo, dei gatti, ha le proverbiali sette vite, se non di più. Era nato, è vero, praticamente nel cuore del togliattismo italiano: suo padre e sua madre, uno dirigente di primo piano del Pci, l’altra stretta collaboratrice di Togliatti, erano fra le altre cose noti per una biografia del Migliore «Conversando con Togliatti», che ai tempi della sua uscita fece quasi scalpore. Era passato per Mosca, quasi bambino, quel tanto che basta per annusare gli odori dell’hotel Lux, imparare alcune parole di russo, diventare compagno di giochi dei corrispondenti dell’Unità e poi rigettare quella memoria fino a dimenticare la lingua della sua infanzia. Giuliano nel 1968 lo trovi, ovviamente, dove frigge la storia, a Valle Giulia, immortalato durante gli scontri alla facoltà di architettura mentre corre, già paffuto, con un loden borghese, i riccioli al vento e un bastone in mano. E dopo quella stagione scapigliata, la sinistra italiana lo aveva ritrovato nelle file solide del riformismo amendoliano, negli anni di fuoco delle Brigate rosse, a Torino. Ferrara veniva da Roma, dove era stato sconfitto in una battaglia sanguinosa per la guida della Fgci romana, e aveva trovato quasi una seconda famiglia a casa di Diego Novelli. In quei tempi il giovane Ferrara, brillante oratore, corsivista acuminato, capogruppo ferreo, era uno dei quadri in grande spolvero, al punto da contendere a Piero Fassino la leadership del partito in Piemonte. Da quella battaglia uscì sconfitto, ma con la felice trovata di una grande massima sul suo rivale dell’epoca: «Fassino dà ordini come un sergente, obbedisce come un caporale».
Uscì furibondamente dal Pci alla sua maniera. Un’altra vita felina, Ferrara se la gioca in questi anni, la laurea in filosofia con il maestro Leo Straus, le ristrettezze economiche, il dolore della separazione dal cordone ombelicale del Pci. Ferrara ritorna sotto pseudonimo, in una doppia veste, giornalista del Corriere della Sera e futuro editorialista in Bretelle rosse, e poi cronista politico ed analista sofisticato, nei panni di Piero Dell’Ora (il suo nom de plume) a Reporter. Il Ferrara che si affaccia agli anni Novanta, ha fatto uno o due salti evolutivi, è diventato eurodeputato nelle liste del Garofano (giugno 1989) e ascoltato consigliere del principe alla corte di Bettino Craxi. Ma è la televisione il suo destino, il grande fratello orco è la definizione che conia il suo primo biografo Marco Barbieri per raccontare l’impatto dei suoi programmi prima nella Raitre di Guglielmi (L’istruttoria) poi nella Mediaset frecceriana. Per lanciare il suo programma su Italia 1 Ferrara coniò la definizione di «tv spazzatura» e si autoimmortalò in uno spot indimenticabile, in cui usciva da un bidone dei rifiuti con un osso spolpato in una mano, una lisca di pesce nell’altra e il make up di Michael Jackson in Thriller. Ferrara usciva dalla televisione nel 1994, per entrare nel primo governo dell’imprenditore televisivo italiano Silvio Berlusconi come ministro dei Rapporti con il Parlamento. Di quell’anno in trincea restano polemiche memorabili, un nuovo look con i capelli corti e una spettacolare entrée in Parlamento con un braccio spezzato al collo dopo un incidente a cavallo. Ancora una volta, il consigliere del principe aveva suggerito a Berlusconi un gesto che era rimasto negli annali, la stretta di mano al futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, unico atto di disgelo in un clima di guerra fredda fra i Poli. L’ultima mutazione, quella che rappresenta la sua identità attuale, lo vede a cavallo fra il ruolo di opinionista a La7 e quello di direttore del Foglio, la sua vera creatura, la palestra dove ha forgiato una nuova fucina intellettuale. Neocon, sulla scia degli intellettuali americani che avevano appoggiato Bush, teocon, grande animatore di campagne di stampa e di opinione che diventano un’ipotesi politica per il centrodestra: quella contro il referendum per la fecondazione assistita (vinta), quella contro la pillola abortiva e infine la pubblicazione integrale della Spe Salvi, l’enciclica di Papa Ratzinger e l’ultimissima crociata, quella per chiedere la moratoria sull’aborto. In tutti questi Ferrara, c’è un Ferrara nuovo, ma anche quello che già nel 1995 diceva: «Chi è sempre una cosa sola è un cretino». Al punto che ieri è arrivato a chiedere a Gianni Riotta una rettifica sulle parole del Papa. Che, si legge in una nota che Ferrara scrive di suo pugno, «sono in genere inequivocabili» ma «qualche volta vengono equivocate». Nel caso specifico, dal «vaticanista del Tg1» che le «ha interpretate come una “strizzatina d’occhio a chi vuole la revisione della 194”». Ecco, l’ultimo Ferrara, quello benedetto da Papa Benedetto che ha elevato il suo eterno sogno di consigliere del principe a quello di «ateo devoto» ascoltato Oltretevere.
Luca Telese