Porta dal Pakistan in Italia il filo del «terrore nei cieli»

Un phone-center di Anversa collega i falliti attentati di quest’estate a Londra con il nostro Settentrione e il Kashmir indiano

Alessia Marani

da Roma

C’è un filo conduttore che lega il nostro Paese all’operazione «terrore nei cieli» organizzata da Al Qaida e sventata quest’estate dall’intelligence britannica. Un filo che corre dal Belgio alle infuocate regioni del Kashmir indipendentista e al Pakistan, si dipana nelle viscere del sottobosco jihadista del Gruppo Islamico Combattente Marocchino autore delle stragi di Casablanca (25 morti nel maggio 2003) e Madrid (quasi duecento vittime l’11 marzo 2004), trova infine una sponda nelle province del bergamasco e del bresciano. Una sottile linea «rossa» che passa per un personaggio chiave, un pakistano di 33 anni, Imran Ellehi Mughal, noto in Belgio come Syed Imran Ali, titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla questura di Bergamo. Uomo su cui l’Interpol, a giugno, ha spiccato un mandato di cattura internazionale per sospetto finanziamento di gruppi terroristici. La polizia belga se l’era trovato fra le mani a fine maggio durante un blitz in un phone-center di Anversa, proprietario il fratello maggiore, Asif Mahmood, all’epoca in Pakistan, oggi detenuto in Belgio.
Nel corso della perquisizione saltarono fuori soldi in contanti e carte telefoniche utilizzate per contatti in Pakistan e Irak definiti «sospetti». Accertamenti bancari rivelarono il versamento di ingenti somme sistematicamente ritirate cash e non giustificate dall’attività commerciale, né dal tenore di vita molto modesto di Asif. Circostanza che costò al pakistano, al suo rientro, oltre all’accusa di frode fiscale quella per riciclaggio. Come titolare di fatto del phone-center, nonché delle carte telefoniche, Asif indicò però il fratello Imran. Nel corso di una seconda perquisizione - dopo che fonti dei servizi segreti avrebbero indicato Asif quale militante e finanziatore dei fedayn indipendentisti vicini all’organizzazione terroristica «Lashkar E Tayba» affiliata ad Al Qaida - l’Antiterrorismo trovò documenti, materiale propagandistico, video di stampo jihadista in lingua punjabi. Ancora una volta Asif ne attribuì l’appartenenza a Imran che, nel frattempo, s’era ben affrettato a lasciare il Vecchio Continente.
L’MI5, l’intelligence britannica, e Scotland Yard inviarono i propri uomini in Belgio per raccogliere notizie su Asif & Co. riguardo alla minaccia terroristica dell’11 agosto pianificata da una ventina di kamikaze pronti a imbarcarsi su un non precisato numero di voli intercontinentali con «bombe liquide», esplosivi in flaconi di Gatorade con detonatori collegati a ipod o telefonini. Quando gli 007 di Sua Maestà lanciarono l’offensiva anche in Italia scattarono perquisizioni mirate. Seguendo la traccia di Asif si arrivò a Roma, Bergamo, Brescia. In una recentissima riunione del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo si è discusso a lungo di un elenco di quasi un centinaio di utenze telefoniche italiane mantenute nella memoria dei cellulari in uso ad Asif. Utenze private, almeno un paio collegate a personaggi già segnalati per radicalismo islamico di Brescia e dintorni (Sulsano), e di aziende, come una società milanese leader in global-connectivity.
Ma c’è dell’altro. Asif avrebbe più volte contattato un tale «Ilyas», intestatario di una scheda telefonica italiana, che una serie di «scambi informativi» fra agenzie di sicurezza occidentali indicano come coinvolto nel sistema di finanziamenti a favore della Jihad e il cui nome sarebbe apparso accanto a quelli di attivisti del movimento «Tabligh ad Dawa», meglio conosciuto come «Faith and practice», e con agganci bengalesi individuati persino a Palermo.
Stesso movimento, e stessi ambienti, presi di mira dalle nostre forze dell’ordine (in tandem con la polizia belga) in occasione del maxi blitz di metà agosto allorché in alcune province del Nord Italia vennero effettuate quindici perquisizioni nei confronti di altrettanti pakistani sospettati di finanziare cellule in sonno del gruppo «Lashkar E Tayba» il cui leader, Abdul Makki, sarebbe stato ucciso un mese fa a Batpora, nel Kashmir indiano. Con la supervisione di emissari di Al Qaida, lungo l’asse Bruxelles-Londra-Roma si sarebbero sviluppate sinergie fra il «Lashkar e Tayba», il «Gicm» e formazioni fondamentaliste come «Sipah El-Mohammed» e «Khatme Nubuwat». Un tentacolo di una più vasta piovra terroristica venuta alla ribalta - attraverso la cellula di Hostad - con l’omicidio del regista Teo Van Ghog e di cui avrebbe fatto parte il «belga» Osman Rabei, cervello della strage di Madrid, collegato all’«italiano» Mourad Chabarou che in una telefonata intercettata dalla Digos preannunciava il suo addio a Bruxelles per andarsi a immolare in un attentato kamikaze.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it