Il portacroce

Silvio Sircana ormai è
ostaggio della politica.
Anzi del suo capo, Romano
Prodi.
Fino a ieri il braccio destro
del presidente del Consiglio
era infatti deciso a lasciare l’incarico
di portavoce unico del governo.
Lui stesso lo aveva confidato ad alcuni
amici

Silvio Sircana ormai è ostaggio della politica. Anzi del suo capo, Romano Prodi. Fino a ieri il braccio destro del presidente del Consiglio era infatti deciso a lasciare l’incarico di portavoce unico del governo. Lui stesso lo aveva confidato ad alcuni amici. Dopo che era deflagrata la notizia di un tentativo di ricatto ai suoi danni con foto imbarazzanti, Sircana riteneva di non avere più la serenità e il prestigio necessari per ricoprire il delicato incarico a Palazzo Chigi. Soprattutto si rendeva conto che lo strano approdo di quelle immagini, comprate per 100mila euro da un settimanale della Rizzoli Corriere della Sera (gelosamente chiuse in un plico sigillato con la ceralacca custodito nella cassaforte dell’ufficio legale del gruppo), getta un’ombra sui rapporti tra il governo e una delle principali aziende editoriali del Paese. Che non solo pubblica il quotidiano di via Solferino, non solo è guidata da un amministratore delegato come Antonello Perricone, molto caro a Prodi, ma è anche uno snodo di alleanze su cui si regge il sistema bancario, assicurativo e industriale italiano. Rcs è un centro di potere vero, l’unico che resta di quelli che una volta venivano definiti i salotti buoni della finanza. Buoni soprattutto per chi voleva fare affari.

Il favore che Oggi ha reso al governo Prodi, comprando a caro prezzo, per poi seppellirle, quelle immagini di Silvio Sircana fermo in auto accanto a un trans, ha un peso che certo non si può ignorare e i tentativi del direttore del settimanale di assumersi ogni responsabilità per quell’imboscamento appaiono solo commoventi: una testimonianza di lealtà e dedizione assolutamente vana.

Il portavoce di Palazzo Chigi è perfettamente conscio di tutto ciò e del pasticcio brutto in cui è caduto ed è perciò meditava il ritiro. Anche perché sa di avere contro mezza maggioranza di governo e gran parte dei ministri. Tutti, infatti, a parole gli esprimono solidarietà incondizionata, ma sottovoce lo giudicano ormai un intoppo di cui sbarazzarsi in fretta.

E qui entra in gioco Prodi. Il presidente del Consiglio è un uomo solo e neppure al comando. Dopo che il suo consulente principe Angelo Rovati è stato costretto a dimettersi per i maneggi su Telecom, gli rimangono solo Sircana e l’effimero Ricky Levi. L’abbandono del portavoce unico – che fra l’altro era uno dei dodici capisaldi programmatici del risorto esecutivo – indebolirebbe ancor di più il premier. Prodi sente la seggiola che scricchiola e vede agguati e complotti ovunque: dunque non vuole rimanere solo, senza Sircana, alla mercé dell’odiato Massimo D’Alema.

Così il portavoce è costretto a portare la croce e presa la penna ieri ha scritto una lettera alla Stampa per spiegare la sua scelta di non dimettersi. Sperando di allontanare da sé l’immagine di politico difeso dalla sua casta - per il quale è stato confezionato su misura un provvedimento che imbavaglia i giornali - Sircana prende le distanze dall’intervento censorio del Garante della privacy che quattro giorni fa ci impedì di stampare le sue fotografie. «Voglio che siano pubblicate», ha scritto. E noi abbiamo deciso di aderire alla sua richiesta. Come vedete nell’immagine qui a fianco c’è esattamente ciò che vi abbiamo raccontato. Un uomo fermo che guarda o forse parla con un trans. Ma ora, se vuole completare l’opera, Sircana ci aiuti a diradare la nebbia sull’intera vicenda. Non tanto quanto accadde quella sera, ma ciò che è avvenuto dopo. Ci faccia capire, se ne ha il potere e la voglia, perché quelle foto furono comprate da un gruppo editoriale quotato in Borsa che poi le imboscò. Fu una carineria nei suoi riguardi? Oppure?