Porte aperte a insulti e Ranieri

di Elia Pagnoni

Porte aperte, dunque. Al pubblico e ai soliti beceri. L’Alta corte del Coni ha chiesto una pausa di riflessione, vuole capire bene perché la Corte federale aveva chiuso l’Olimpico di Torino dopo i cori disgustosi a Balotelli. Per eccesso di garantismo bisogna andare con i piedi di piombo a condannare chi riversa ululati su un giocatore di colore. Così, in attesa che l’Alta corte ci tolga questo altissimo dubbio, l’Olimpico si è ripopolato della solita gente che questa volta (forse per sollevare la Juve da qualsiasi responsabilità oggettiva) ha trovato l’obiettivo in casa: il neoacquisto bianconero Fabio Cannavaro. Il ritorno a casa del capitano azzurro, accusato di alto tradimento dopo Calciopoli per la sua «fuga» al Real, è stato accolto dagli ultrà con un nobilissimo striscione: «Cannavaro uomo di m...». Accompagnato ovviamente dai soliti eleganti cori: «Cannavaro figlio di...», «Mercenari non ne vogliamo». E poi il consueto ritornello che accompagna a prescindere ogni domenica juventina: «Noi non siamo napoletani». Eppure non si era detto che «al primo cenno di razzismo...», «al primo striscione offensivo...», «al primo coro inaccettabile...» fermeremo le partite?
La Juventus ha fatto tutti i ricorsi possibili per avere il pubblico? E gli ultrà l’hanno subito ringraziata nel modo migliore, approfittando anche del pari col Lecce. Questa volta è toccato ai dirigenti bianconeri. Con un «vaffa» per ognuno, da Cobolli Gigli a Secco, nomi e cognomi scanditi per bene.
E d’altra parte, se l’esempio viene dal campo, fermiamo anche gli Ibrahimovic di turno, che si permettono gesti di grande classe all’indirizzo di chi sta in tribuna, paga il biglietto e magari si riserva anche il diritto di fischiare. Nel calcio del «liberi tutti» è proprio difficile capire da chi bisogna cominciare.