«Porterò sullo schermo Alfredino Rampi e il killer Luciano Liboni»

Emilio Orlando

È stato proprio un episodio di cronaca nera, che lo ha visto suo malgrado protagonista, a fare di Stefano Calvagna un regista che nei suoi film si ipira a fatti realmente accaduti.
Nel dicembre 1992, infatti, tre rapinatori armati di pistola entrarono nella gioielleria della famiglia Calvagna. Il giovane regista - che era lì con il padre - cercò di allontanare i malviventi, che gli esplosero due colpi di pistola sulla gamba, ferendolo gravemente e segnando profondamente la sua vita.
«Da quel momento la mia vita è cambiata nel profondo - racconta il regista -, non solo dal punto di vista umano ma anche da quello professionale. Cominciai infatti a pensare che in una città come Roma bisognava mettere su pellicola cinematografica non solo belle storie di carta patinata che fanno sognare la gente, ma anche storie di persone coinvolte in episodi che spesso conquistano gli “onori” delle cronache più nere. Credo - prosegue Calvagna - che alcune storie meritino di finire sul grande schermo, perché anche le vittime dei crimini più atroci devono avere voce».
Così è stato. Nel suo debutto come regista, con il film «Senza paura», ispirato alla banda del taglierino che per anni ha terrorizzato la città mettendo a segno diversi colpi, Calvagna descrive con grande realtà anche lo stato d’animo delle vittime della banda. Non soltanto i rapinati, ma anche le famiglie dei giovani rapinatori, succubi della nefasta condotta dei figli.
Anche la pellicola dal titolo «Arresti domiciliari» racconta gli errori giudiziari e la malagiustizia in cui spesso incappano persone perbene, che nonostante si difendano con ogni mezzo finiscono dietro le sbarre anche se innocenti, vittime di alcuni giudici spesso superficiali o prevenuti. Ma Calvagna non ha soltanto diretto «reality film»: li ha anche interpretati, come nella fiction trasmessa dalla Rai dal titolo «Vite a perdere», che ha ripercorso, con un’interpretazione molto libera, la vita di alcuni banditi della banda della Magliana.
«Attualmente - racconta il regista - dopo il successo del film “L’Uomo Spezzato” sulla triste vicenda di un professore di storia dell’arte di un liceo romano accusato ingiustamente di aver abusato sessualmente di una studentessa quattordicenne, sto lavorando su due soggetti. La storia del killer Luciano Liboni e la storia di Alfredino Rampi».