Porti sempre penalizzati Solo 130mila posti barca

La barca va, la portualità fatica a tenere il passo. Non è una sensazione ma una realtà che i dati più recenti, in particolare quelli dell’Ucina, evidenziano. Il parco barche italiano è stimabile in 592mila unità di cui circa 94mila immatricolate.
Bene, i posti barca sono 130mila di cui solamente 40mila superano i dieci metri nonostante stiamo assistendo a un aumento sorprendente della taglia delle imbarcazioni. Vero che possiamo consolarci sul fatto che il problema tocca anche le Nazioni per eccellenza del diporto, Francia e Gran Bretagna, che sono «sotto», di 50mila posti barca a testa ma il nostro rammarico deve essere maggiore pensando alle potenzialità. Anche per il fatto di essere penisola, siamo il «pontile» del Mediterraneo, bacino che per le sue caratteristiche è tra i più frequentati del mondo. Una conferma arriva dal mondo del charter, di piccole, medie e grandi dimensioni: secondo le più autorevoli agenzie di noleggio in Mediterraneo infatti si svolge l’80% del charter mondiale, seguito a lunga distanza dai Caraibi.
Il Mare Nostrum piace perché oltre a essere un mare chiuso e tranquillo permette di unire il piacere della navigazione con tanti altri elementi quali il paesaggio, la cultura, le località con strutture di alto livello, dai ristoranti agli alberghi. Ci vogliono i porti, insomma. Fosse facile. Incombono regolarmente tre nemici: gli ambientalisti, la mancanza di una politica coordinata (Liguria, Sardegna, Toscana, Campania e Friuli-Venezia Giulia «scoppiano», altre sono deserte) e soprattutto la lentezza delle opere. Si ha un bel dire che la legge Burlando ha accelerato le procedure. In Spagna, a Valencia, hanno realizzato il porto dell’America’s Cup che ospita oltre 1.000 imbarcazioni in soli tre anni. E comunque lo Stato, nella Finanziaria 2007, si è ripreso quanto dato (con gli interessi) per via dell’incredibile aumento dei canoni demaniali anche dell’800%... Nonostante tutto, si costruisce in mare e a terra: strutture edilizie alle spalle o di servizio al porto. Una scelta che se da una parte è motivata dalla necessità di aumentare la redditività dell’investimento, non sempre va a braccetto con le esigenze del diportista.
Da Imperia sino a Castellamare di Stabia, da Genova Aeroporto sino a Cattolica è tutto un fiorire di progetti nuovi, ampliamenti e completamenti. A parole c’è tanta voglia di rimettere in efficienza i grandi scali marittimi dimessi, esemplare il caso di Trieste. Ma non è facile per quanto espresso prima e perché le amministrazioni non sempre hanno il coraggio di osare. Eppure, un porto fatto come Dio comanda, è sempre un buon affare.
Non solo quando si ospitano megayacht ma anche per le barche più piccole. Ucina su questo fronte è attiva: da tempo lavora per creare un progetto di sviluppo a sostegno della piccola nautica puntando sulla promozione di realizzazione di realtà leggere. I posti barca di piccole dimensioni e di tipo tradizionale non rendono agli operatori, invece i porti a secco hanno piccole strutture a basso impatto ambientale.