«Porti vuoti, in fuga 30mila barche»

Un bagno di sangue (le lacrime sono esaurite da un pezzo) annunciato: i porti turistici italiani rischiano di perdere 30mila imbarcazioni entro maggio. A metà gennaio hanno già tolto gli ormeggi in circa 3mila. Monta la protesta. E oltre 500 rappresentanti di marine e porti turistici italiani hanno manifestato giovedì scorso a Trieste contro la tassa di stazionamento e per «rivendicare la dignità professionale degli imprenditori e dei lavoratori impegnati a sviluppare il turismo nautico in Italia». Alla manifestazione di Trieste, organizzata da Assomarinas (l’associazione dei porti turistici italiani aderente a Ucina-Confindustria Nautica e a Federturismo) hanno partecipato anche Federagenti Yacht e Vela & Vela (associazione che rappresenta cantieri, importatori, dealer, agenti, velai, attrezzisti e quanti altri operano esclusivamente nel settore della vela). Suggestivo, emblematico e affatto casuale lo scenario della manifestazione: Piazza dell’Unità d’Italia, 11 miglia circa da Slovenia e Croazia. Perché in piazza? Per far capire al governo che così non va e che l’esenzione della tassa sulle bandiere estere e sulle società di charter potrebbe invece sostenere la ripresa. Infatti, ricordano gli organizzatori, nel periodo pre crisi il comparto aveva un giro d’affari di oltre 4 miliardi di euro. Secondo le stime di Assomarinas, sui 30mila scafi che l’Italia potrebbe perdere entro maggio, 20mila sono di proprietari italiani e 10mila di stranieri. Per il comparto turistico nazionale la perdita ammonterebbe a oltre un miliardo di euro, oltre al blocco totale dei nuovi marina in via di costruzione per circa 50mila nuovi posti barca.
«È una scelta estrema ma necessaria - dice al Giornale di Bordo il presidente di Assomarinas, Roberto Perocchio - per dimostrare alla clientela italiana ed estera che gli operatori del settore stanno facendo l’impossibile per preservare la competitività dei propri servizi e tutta la filiera del turismo nautico che dal cantiere allo scalo di rimessaggio impegna oltre 100mila addetti».
Per farla breve ecco i conti della serva: il proprietario di uno yacht di 30 metri, italiano o straniero che sia, paga già dai 15 ai 20mila euro l’anno di ormeggio, che vanno a sommarsi alla tassa di stazionamento di circa 27mila euro. Se consideriamo le tariffe più «economiche» dei nostri concorrenti, ecco che il diportista ci guadagna pure. Esiste un solo motivo perché lasci la barca in un porto italiano? No, siamo fuori dal mercato.
Intanto Assomarinas prepara i ricorsi «per la tutela dei diritti e delle posizioni economiche delle imprese e degli utenti da portare davanti alle competenti giurisdizioni nazionali ed europee». Il danno, dicono i manifestanti, «è immenso, sta mettendo in ginocchio cantieri, porti turistici e migliaia di posti di lavoro nel diretto e nell’indotto». Non è un caso se l’ex governatore del Friuli, Riccardo Illy, ha messo in vendita il suo 13 metri, «ma nessuno vuole comprarlo, e quindi penso di portarlo in Croazia...», dice sconsolato. O come l’ex ministro Galan che da tempo ormeggia la sua barca a Rovigno. La musica non cambia nel Tirreno dove si fa rotta verso la Corsica e la Costa Azzurra. Ma lusinghe ai diportisti italiani e stranieri arrivano anche da Spagna, Grecia, Turchia, Tunisia e Malta.
Aggiunge Roberto Perocchio: «Difficile capire, abbiamo dato molto allo Stato chiedendo quasi nulla. Già nel 2009 avevamo denunciato di essere stati investiti in pieno dallo tsunami economico. Questa tassa è un colpo mortale perché ci ha messi in difficoltà soprattutto nei confronti degli stranieri che non accettano assolutamente di pagare il balzello. Fioccano le lettere di disdetta, come quella di un gruppo di 180 diportisti stranieri che avevano scelto Marina di Ragusa come base nautica».
In effetti è davvero difficile capire perché un governo di professori, economisti e banchieri decida di buttare a mare 1 miliardo di euro (consumi turistici) «accontentandosi» di incassare un balzello che alla fine varrà 100-150 milioni: «È una situazione paradossale - continua Perocchio - Abbiamo già dovuto ridurre il personale, trattare il part-time con alcuni collaboratori storici, mandato in cassa integrazione alcune figure professionali preziose che temiamo di perdere definitivamente».
È opinione diffusa che dopo la «fase uno» (lacrime e sangue) e la «fase due» (dello sviluppo di cui nessuno si è ancora accorto), ecco la «fase tre»: il colpo di grazia a un comparto già in grande affanno: «Senza contare - dice ancora Perocchio - che ci sono investimenti già bloccati, come nel porto di Cecina. Marina San Giusto ha chiesto alle banca di sospendere il mutuo perché gli scenari sono cambiati completamente. Posso affermare, ma con grande amarezza, che la nautica di pregio è stata desertificata. Poi non meravigliamoci più di tanto se vediamo i Cantieri Riva in mano ai cinesi. È triste dover pagare colpe non nostre, ma, come ben sappiamo, originate dagli Stati Uniti».
In buona sostanza, per il presidente di Assomarinas, ma non solo per lui, «la conversione dell’inutile e dannoso balzello in tassa di possesso consentirebbe allo Stato di recuperare risorse certe senza provocare l’esodo dei clienti».