«Portiamo agli afghani istruzione e sanità»

«Basso profilo dal punto di vista militare, il piatto forte è la ricostruzione»

Fausto Biloslavo

da Herat

«Mi sono innamorato del popolo afghano. Rispetto all’Irak, questo Paese è fermo ai tempi della Bibbia. Basta uscire da Herat per rendersene conto: vallate sperdute e aspre montagne, dove vive della gente che dobbiamo aiutare», dice il colonnello dell’aeronautica militare italiana Maurizio Cocciolone. Tutti lo ricordano perché nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, quando era navigatore su un cacciabombardiere Tornado, fu abbattuto dalla contraerea irachena assieme al maggiore Gian Marco Bellini. Pochi giorni dopo, con il volto tumefatto, apparve in televisione per uno show propagandistico organizzato dai servizi di Saddam. Gli occhi azzurro intenso brillano, ora che è tornato in prima linea a Herat, il capoluogo occidentale dell’Afghanistan. Cocciolone è vicecomandante della base italo-spagnola, che garantisce la sicurezza e l’appoggio logistico ai centri di ricostruzione provinciale (Prt) messi in piedi dalla Nato per risollevare il Paese devastato da un quarto di secolo di guerre.
Il colonnello appena può va a portare l’acqua e la cioccolata per i bambini di un piccolo agglomerato di nomadi Quci, che vivono in miseria a un passo dalla base. Quando arriva si toglie il giubbotto antiproiettile e viene accolto come uno di casa dagli anziani con il barbone bianco.
L’intera missione italiana a Herat è improntata all’aiuto alla popolazione locale: costruisce scuole, ponti, e riabilita ospedali, in sintonia con le autorità afghane. «Un concetto rivoluzionario per la Nato ­ garantisce il generale Danilo Errico, comandante dei quattro Prt dell’Afghanistan occidentale ­. Dal punto di vista militare il profilo è più basso, mentre la ricostruzione è il piatto forte. Un metodo morbido per indicare agli afghani la strada da percorrere».
Questa settimana è stata inaugurata una scuola a Nang Abad, un villaggio alla periferia di Herat costata 179mila euro. Prima i 1.400 scolari, maschi e femminucce, seguivano le lezioni sotto le tende. Ora fanno dei turni in un edificio con 12 classi, banchi, lavagne e materiale didattico regalati dagli italiani.
I militari sono solo all’inizio, ma hanno speso quasi un milione di dollari per gli interventi più diversi. Dalla fornitura di mezzi, uniformi e apparati radio alla polizia afghana, a 150 cassonetti per rifiuti. Il 14 dicembre scorso è stato inaugurato il ponte di Saweh, costruito con soli 54mila dollari e l’aiuto di unità del genio.
Le priorità sono l’istruzione e la sanità. Presto saranno donate due ambulanze all’ospedale di Herat, l’unico della zona, ma accanto ai fondi della Difesa, il ministero degli Esteri investirà cinque milioni di euro nella zona di competenza italiana.
Sul terreno i militari del Cimic, un’unità specializzata in cooperazione civile-militare, si fanno in quattro. A bordo di fuoristrada bianchi, con un minimo di scorta, gli specialisti italiani macinano migliaia di chilometri sulle piste sabbiose dell’arida provincia di Herat. Per raggiungere il villaggio di Said Abad ci si mette mezza giornata, ma l’arrivo degli italiani è una festa per gli abitanti tajiki, che vivono in case in fango.
L’unità Cimic ha fatto costruire un argine di trecento metri per fermare le piene che allagano ogni anno il villaggio. Inoltre delle chiuse permetteranno di convogliare l’acqua per l’irrigazione dei campi. I contadini seminano soprattutto grano, ma ammettono una piccola produzione di papaveri d’oppio, per ora il principale sostentamento del Paese. L’argine è stato progettato da Paola De Franco, un architetto napoletano prestata con il grado di capitano alle forze armate. Capelli rossi nascosti da un foulard noce, nel rispetto delle regole islamiche, e pistola nella fondina sotto l’ascella, l’architetto e gli altri militari vengono invitati a bere il tè, seduti a gambe incrociate su un tappeto, nella casa del capovillaggio. Di organizzazioni umanitarie italiane neanche l’ombra, a causa dei pruriti nei confronti dei militari. Il capitano De Franco, però, non ha dubbi: «Proprio con questo genere di interventi sul terreno dimostriamo alla gente che gli italiani non hanno l’atteggiamento degli invasori».