La portiera che strappò un impiegato ai nazisti

Ha protetto un uomo come fosse il suo angelo custode. L’ha strappato alla furia nazista e alle rappresaglie, nascondendolo per nove mesi e prendendosi cura di lui come una parente. Oggi lo Stato d’Israele conferirà la Medaglia di Giusto tra le Nazioni, la più alta onorificenza civile, ad Autorina Severini Molinari, che non è più in vita, ma che non ha avuto paura di rischiarla per proteggerne altre persone.
La cerimonia, fortemente voluta da Fausto e Paolo Zabban, si svolgerà presso la sede del KKL, in via Antonio Micheli 53. Un modo per ringraziare Autorina e sua nipote Nicolina per quanto hanno fatto per loro padre Guido, che negli anni ’40 lavorava nell’ufficio commerciale di Roma dell’azienda «Mario Alberti», specializzata nell’importazione di carbone dalla Polonia. L’uomo, sposato con Elda Pontecorboli, conduceva una vita tranquilla. Due figli piccoli, Paolo e Fausto, da crescere secondo i valori di una normalissima famiglia ebraica e una casa di tutto rispetto in via Salaria. Ma a rovinare tutto ci pensano i tedeschi. Dopo la firma dell’armistizio, la situazione degli ebrei a Roma precipita e il 16 ottobre del 1943, giorno della retata nel ghetto, un gerarca amico della famiglia Zabban li avvisa dell’imminente pericolo.
Guido fugge con i suoi e trova riparo per qualche giorno da amici a Prati. «Poi io e Paolo fummo trasferiti all’Istituto San Giuseppe de Merode - dove cambiammo nome e identità. Ci saremmo chiamati Zambani, venuti dal sud Italia per frequentare il I ginnasio e la III elementare. Nel frattempo mamma iniziò a fare da badante a una signora e papà trovò riparo presso la sua ditta, al civico 18 di via del Corso (dove oggi sorge la Casa di Goethe) e rimase nascosto per nove mesi». Viveva in una stanza di fortuna collegata con l’esterno da una scaletta. Ma la sua ditta continuò a pagarlo, consapevole del valore del suo funzionario. La custode dello stabile, di proprietà dell’Arcivescovado di Civita Castellana, era la signora Autorina Molinari, che con la nipote Nicolina aiutarono Guido, portandogli da mangiare, rischiando la vita e facendo la spola tra lui, la moglie e i figli.
«Con Nicolina e il marito siamo rimasti in contatto fino al mio matrimonio nel 1958 - racconta Fausto - poi ci perdemmo di vista. Oggi io celebro le nozze d’oro e lei di diamante. Per pura casualità tre anni fa ho avuto modo di riabbracciarla, grazie ai miei familiari. È stato allora che decidemmo di avviare un percorso perché lo Stato di Israele concedesse a Nicolina e alla nonna la medaglia che merita chi si è prodigato per salvare gli ebrei. Oggi sono felice e commosso perché il mio sogno si è realizzato e, grazie a queste due donne, parteciperò alla cerimonia con mio fratello, le nostre figlie e i nostri cinque nipoti».