Porto d’armi a Calderini negata l’archiviazione per il dirigente di polizia

Resta indagato per concorso in omicidio il vicequestore del commissariato Fiera

Gianluigi Nuzzi

«In conclusione, con riguardo ai fatti noti o conoscibili dal commissariato Fiera sarebbe probabilmente bastato, dopo la richiesta del rilascio del porto d’armi, un semplice accesso colloquiale da parte di un agente presso il condominio di via Carcano ove abitava Andrea Calderini per rendersi conto che la licenza richiesta non poteva essere rilasciata, evitando così la tragedia del 5 maggio 2003». In altre parole, se tutti avessero fatto il proprio mestiere con scrupolo, Calderini non avrebbe avuto il porto d’armi, quindi non avrebbe posseduto fucili e pistole e di conseguenze non avrebbe ammazzato la moglie Helietta Scalori, la vicina di casa Maria Stefani Vinassa de Regny, ferito tre passanti per poi togliersi la vita.
È una conclusione amara quella alla quale arriva il giudice Guido Salvini che ha disposto l’imputazione coatta per il dirigente del commissariato Sergio Vollono che seguì la pratica, accusato di concorso in omicidio colposo e lesioni colpose gravissime. La Procura, in realtà, per due volte aveva chiesto l’archiviazione puntando su alcune lentezze burocratiche che potevano aver tratto in errore i controlli eseguiti prima di concedere a Calderini il porto d’armi. Esempio: la sentenza di condanna definitiva per furto risaliva al 14 marzo 1998 ma venne annotata nel casellario giudiziario addirittura sei anni dopo e cioè il 10 febbraio 2004 e quindi addirittura dopo i tragici fatti di via Carcano. Al terminale, quindi, la polizia non ha trovato sentenze definitive che avrebbero impedito la concessione del porto d’armi e ha creduto alla falsa autocertificazione con la quale nel dicembre del 2002 l’omicida metteva nero su bianco di non aver riportato condanne passate in giudicato e di non avere procedimenti in corso.
In realtà Calderini era stato condannato per furto dal gip presso la Pretura di Milano con sentenza divenuta definitiva il 14 marzo 1998, inoltre era stato condannato con sentenza pronunziata con rito abbreviato dalla sesta sezione del Tribunale di Milano il 20 settembre 2001 alla pena di 2 mesi di reclusione per lesioni volontarie gravi proprio in danno di Anastasia Antonietta custode dello stabile di Via Desiderio da Settignano, la casa dove Calderini viveva con la famiglia.
Ma il giudice insiste soprattutto sulla presenza di un fascicolo in commissariato intestato a Calderini che raccoglieva numerose denunzie, esposti ed anche atti giudiziari, «indicativi di una persistente situazione di discontrollo, litigiosità e aggressività - osserva Salvini - che dovevano indurre l’Ufficio preposto al rilascio del porto d’armi ad approfondimenti all’esito dei quali, quantomeno allo stato, può solo affermarsi con un giudizio di prognosi postuma che la richiesta non poteva non essere respinta».
La sequenza è infinita. Si parte dall’aggressione dei due custodi con il commissariato incaricato dalla procura di svolgere le indagini e sentire protagonisti e testi. Tra questi uno «aveva dichiarato di aver visto un uomo con un casco, e cioè Calderini, picchiare un uomo sanguinante a terra. La scena era talmente violenta che aveva pensato che fosse in corso una rapina». Ancora: «querele di un condomino nel 1999 per percosse e pesanti ingiurie» per poi denunciare che «Calderini aveva investito volontariamente con lo scooter e sputato su di lui procurandogli lesioni guaribili in 5 giorni». Esposti per vandalismo con Calderini ammonito in commissariato; intervento del 113 l’11 giugno ’98 in via Carcano allorché Calderini aveva minacciato una vicina di casa, una delle firmatarie dell’esposto; altro intervento allorché Calderini aveva aggredito un altro condomino provocandogli ferite guaribili in 5 giorni». Terrorizzato l’uomo cambiò casa.