«Porto il mio jazz a Berlino con il film di D’Annunzio»

Il pianista ha inciso la colonna sonora di Canto di libertà. «È la storia di un musicista, ho rivissuto le mie passioni». A maggio tornerà a grande richiesta al Blue Note di New York

da Milano

Dell’Harry Potter del pianoforte gli è rimasto solo l’aspetto, l’occhialino e lo sguardo sempre a metà tra lo stralunato e lo stupito. Ma da tempo ormai Giovanni Allevi fa il pianista-entertainer di professione, con licenza di collezionare successi e di dividere la critica. Del resto lui è un vulcano di idee (per dirne una senza sapere una parola d’inglese è andato a New York, ha sfogliato la guida telefonica, ha chiamato il temuto boss del Blue Note e lo ha convinto a fargli tenere un paio di concerti nel tempio del jazz sconvolgendo così il pubblico americano che lo aspetta di nuovo il prossimo 21 maggio) ed ora si lancia in una nuova temeraria impresa. La colonna sonora del film Canto di libertà, diretto da Valerio D’Annunzio - con Roberto Herlitska e Olivia Magnani - che il mese prossimo ci rappresenterà al Festival di Berlino. Intanto, sempre più in caccia di consensi internazionali, martedì prossimo cercherà di conquistare il pubblico francese con un recital a Le Bataclan di Parigi (condiviso con la cantante di fado Cristina Branco), preparando il terreno per l’uscita transalpina del cd No Concept.
Caro Allevi la sua carriera sta prendendo un ritmo frenetico, forse troppo...
«Finalmente la musica è la mia vita, o meglio vivo e mi mantengo suonando e componendo, il sogno di ogni artista. Ma faccio tutto con naturalezza, non riuscirei mai a scrivere un brano a tavolino o su ordinazione».
E come ha fatto a scrivere questa colonna sonora?
«Mi sono addentrato nella colonna sonora di Canto di libertà perché ci credo, perché è un film di qualità inventato e prodotto da giovani non ancora famosi. Valerio D’Annunzio è un nuovo regista ricco di umanità e Monica Iezzi è la più giovane produttrice del mondo cinematografico: non a caso ha voluto una musica per solo piano. Non potevo non appoggiare questo progetto, nella loro passione ho rivisto me stesso qualche tempo fa. Poi è la storia di un musicista, quindi un racconto interessante a prescindere».
Ha cambiato modo di comporre?
«Di solito lascio che la musica fluisca da sola seguendo i suoi istinti misteriosi; non mi piace contaminarla o subordinarla ad altre forme d’arte. Stavolta però sono stato sedotto dalle immagini; ho usato un procedimento creativo nuovo e i brani sono strutturati diversamente per sottolineare le scene. Però c’è sempre il mio stile e il ritmo della melodia che incalzano i personaggi del film».
Berlino è un palcoscenico importante: cosa si aspetta da questa esperienza?
«Sto già vivendo il mio sogno e ho imparato a non aspettarmi nulla dalla musica, vivo l’attimo perché la musica è emozione e quando si mette in moto provoca conseguenze imprevedibili e incalcolabili».
Intanto va alla conquista della Francia.
«Questa è una di quelle conseguenze imprevedibili che citavo. Dopo aver inseguito per anni i direttori artistici, a volte rocambolescamente come a New York, finalmente mi invitano a Parigi, che per me è un luogo sacro che porta dalle origini fino a Debussy. Vuol dire che ho messo in moto qualcosa che tocca la gente. Mi sento un piccolo Chopin. Ho già imparato qualche frase in francese, così per creare un contatto diretto col pubblico. Bonsoir lo sapevo già dire. ora so anche: “sono molto contento di essere qui con voi” e altre frivolezze del genere».
Neppure un po’ di paura?
«No, anzi sì. Temo ancora la loro rabbia perché siamo i campioni del mondo di calcio. A parte gli scherzi, farò in modo che la musica superi le divisioni nazionali».