«Porto in scena 150 anni di vizi italiani»

La «casta» di Gian Antonio Stella, penna implacabile dei vizi della classe politica italiana, approda sul palcoscenico. Per il premiato scrittore e editorialista del Corriere della Sera, il teatro non è propriamente un battesimo. Già «L’Orda», pièce tratta dal suo saggio sull’emigrazione italiana all’estero («quando gli albanesi eravamo noi»), registrò il successo di 350 serate in tutto il mondo. Solo per questa sera, Stella porta in scena allo Smeraldo «Un Paese di gente per bene», affiancato dal bluesman comico Bebo Storti e da un quartetto di musica popolare diretto da Gualtiero Bertelli.
Il «teatro civile» sembra sortire un fascino irresistibile sugli scrittori. Vuol fare come Saviano?
«Ma no, anche perchè il mio è per metà teatro civile, per metà parodia. Eppoi mica recito: sul palco racconto delle storie e faccio sentire canzoni popolari quasi inedite».
Sugli italiani «gente perbene», appunto. È una parodia anche il titolo?
«Beh sì, ma senza alcuna discriminazione di colore politico. Infatti lo spettacolo parte da molto lontano, dal 1868».
Addirittura. La casta è cominciata allora?
«Direi proprio di sì. Racconto dello scandalo della Regia manifattura Tabacchi, il primo esempio di finanza creativa del Paese postunitario. Lo Stato, già indebitatissimo, decise di concedere il monopolio a un privato e l’operazione avvenne con la corruzione di diversi parlamentari. Allora le tangenti le chiamavano “zuccherini“».
Come andò a finire?
«Un deputato, che si chiamava Cristiano Lobbia, denunciò lo scandalo. Prima tentarono di ucciderlo, poi lo delegittimarono con l’accusa di sodomìa che a quei tempi era una brutta cosa. Nel frattempo ci furono sette morti a dir poco strane».
Eravamo già l’Italia dei misteri, sembra scritta oggi. Altre storie?
«Beh, c’è quella dello scandalo della Banca romana, siamo ancora nell’Ottocento, quando il governatore Bernardo Tanlongo si stampò 68 milioni di lire false. Oppure quella di Garibaldi che negli anni ’80 scrisse all’esattore delle tasse la seguente lettera: “Signor esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare, lo farò appena possibile. Distinti saluti“».
Insomma, un popolo di cialtroni, altro che casta. E le canzoni?
«Gualtiero Bertelli ha recuperato antichi canti popolari che intervallano le mie letture. Come “Il lamento dei popoli“, datato fine ’800, il cui ritornello recita: “(...) I popoli scontenti dall’Alpi ai confini vanno implorando unanimi basta zuccherini“».
Caspita. Arriviamo anche alle repubbliche?
«Ovviamente sì, passando attraverso personaggi simbolo. Tra le letture c’è un opuscolo sul “Banchiere di Dio“ Giambattista Giuffrè, che a metà degli anni ’50 inventò una catena di sant’Antonio che mandò in bancarotta migliaia di piccoli risparmiatori, alcuni dei quali si suicidarono. Fu miracolosamente salvato dalla Dc e dai vescovi. Poi arriviamo al caso Unipol, agli aneddoti sui regali di Fiorani...»
Più che uno spettacolo, uno show da cantastorie. La morale è che non c’è speranza?
«La morale è che soltanto raccontando la nostra storia possiamo capire meglio i problemi di oggi. Penso anche al clima di odio di oggi, degno dei guelfi e dei ghibellini. In provincia di Bologna c’è un fiumiciattolo che è stato teatro di innumerevoli battaglie fratricide tra emiliani e romagnoli. Sa come si chiama ancora oggi?
No.
«Rio sanguinario»