«Porto in scena le donne in crisi ma dimentico il femminismo»

Il debutto il 7 aprile al Valle di Roma. Tra le protagoniste la Buy e Isabella Ferrari

Cinzia Romani

da Roma

«Dopotutto, siamo delle persone. Dopotutto», sibila Margherita Buy, tubino grigio e cerchietto di velluto nero tra i capelli lisci da biondina bon ton. E guarda in tralice Marina Massironi, frustrata anche lei nel gonnellone a pieghe da signora malmaritata. La loro infelicità di donne borghesi è trattenuta appena dal consueto giro di carte: è giovedì e, intorno al tavolo rotondo di un interno domestico siede pure Valeria Milillo, che presto scoprirà cosa significhi nascere femmina. Intanto, Isabella Ferrari fa la candida, chiacchierando in dialetto piacentino: aspetta un bimbo, che partorirà in scena, nel bailamme generale. «Stop! Il gioco deve andare più veloce!», intima dalla platea del Teatro Apollo una donna minuta, ma ferma nel dirigere questo notevole poker di attrici, calate negli anni Sessanta.
È Cristina Comencini, che ora, dopo il successo internazionale del suo film La bestia nel cuore, si dà al teatro, portando sul palcoscenico Due partite, commedia da lei scritta e diretta (debutta al Teatro Valle il 7 aprile). «Mi cavo lo sfizio d’inserire, nel testo, battute autobiografiche. Cose che capitano, nella vita, come mi capitò di sentire la portiera che chiedeva: "Signo’, ha sgravato?", come fossi una mucca», scherza l’autrice, che serba, del parto, ricordi terrorizzanti. «In scena, i bambini sono sempre già nati», nota la Comencini, rammaricandosi dello scarso rispetto tributato all’identità femminile. Che è poi il luogo mentale dove, in Due partite, dovrebbero rivelarsi allo spettatore vari spunti di riflessione, ma anche d’ilarità. «Dopo aver fatto il movimento femminista, né me ne pento, parteciperei volentieri al movimento femminile», provoca la regista, che indossa pratici pantaloni e scarpe rasoterra, per lavorare in tutta comodità. E se la parola «femminilità» è al bando, negli ultimi tempi che tendono all’indistinto, Cristina comprime le sue attrici in due atti scenici, lasciandone defluire l’eterno femminino di goethiana memoria. «Mi piace lavorare con gli attori del cinema, perché la contaminazione tra i generi mi sembra vitale: il cinema ha bisogno del teatro e viceversa», commenta l’artista, grata alla sua musa Natalia Ginzburg, versatile autrice di cinema, teatro, letteratura, della quale vorrebbe eguagliare il successo ottenuto con la commedia Ti ho sposato per allegria.
Ma di che cosa narra questa divertente tragedia, situata tra il 1960 e i giorni nostri? Di quattro amiche, madri e mogli irrequiete, che tracciano la propria vita di casalinghe benestanti con la lucidità di croniste disincantate. Nel secondo atto, invece, le stesse entreranno nei panni delle loro figlie, più nevrotiche e amare, perché più simili agli uomini di quanto non lo fossero le loro genitrici. Margherita Buy, per esempio, sarà una pianista indaffarata, con marito orchestrale spesso a casa, perché meno occupato di lei. «Dopo una vita trascorsa a camuffarmi da maschio, femminista radicale com’ero, mi ritrovo madre di una femmina e mi chiedo: quali modelli dare a mia figlia? Guardo la tv, con le sue donne-oggetto e provo vergogna», confessa la Buy, che non seguirà la compagnia nelle trasferte, per potersi occupare della sua bambina.
Contenta d’essere la protagonista femminile del Caimano, l’attrice si augura che il film di Moretti esca presto dall’impasse politica. «Mi sono sentita investita dalla potenza della collocazione politica: però mi sono divertita a fare due personaggi, il che è raro». È raro anche che, come qui, gli artisti lavorino per paghe simboliche, quando non assenti. «Lo facciamo per l’arte, sebbene tema le reazioni a quanto sostengo: le donne sono madri anche quando non hanno bambini. Ed è importante ritrovare la libertà di essere femmine», spiega la Comencini. Fatto sta che la commedia inizia con un parto e finisce con un funerale.