Il porto fra gli scogli «vede» la rotta giusta

(...) per chi ha avuto l’ardire, mesi fa - proprio lui, Luigi, spezzino per giunta e troppo giovane per pretendere qualcosa in questa Genova ex gerontocratica - di candidarsi al vertice di una nave squassata da tempeste politiche e giudiziarie. Suo mentore era stato Alessandro Repetto, presidente della Provincia, omologo di appartenenza partitica, che nel calcolo dei pesi specifici pareva come il fante al cospetto dei re di denari di Regione, Comune, Camera di commercio e affini. E invece... Merlo si è imposto sui competitori (favoritissimi) Mario Margini e Paolo Costa parlando a braccio e citando i cantautori genovesi, ma soprattutto in forza di una razionalità pragmatica che rinunciava ai trionfalismi, tipo: «Entro il 2010 movimenteremo 3 milioni e mezzo di container», «Di qua devono passare le navi, basta aspettarle», e «Siamo il porto del Mediterraneo». Mentre l’impressione prevalente era: «Il porto delle nebbie».
Gli hanno assegnato l’incarico, ma, inutile nascondercelo, più per dire: «Adesso arrangiati» che per mettersi a disposizione. «Tanto Merlo - non nascondiamoci anche queste prime impressioni - è uno che non ne sa mica tanto di moli e banchine, il solito politico, che oltre tutto capita nel momento peggiore, in mezzo a degli scogli che levati! Le inchieste giudiziarie, il monopolio dei camalli, la cronica mancanza di infrastrutture, metteteci anche i veti incrociati e il suo destino è segnato». E invece... Lui, come i suoi amici pescatori, s’è messo a tessere la rete, a rattoppare qualche falla - ce ne sono tante -, a mettere ordine negli armadi (non che ci fossero scheletri, per carità, solo un’idea). Dicono: non ha ancora risolto nulla. Replica: mica può mettersi a scaricare detriti fra i pettini di Calata Bettolo e Canepa senza l’autorizzazione della magistratura, mica può aprire o chiudere cantieri a piacimento, o aggiustare i computer in tilt delle Dogane, o anche ordinare a Sech e Vte che quando ci sono 40 nodi di vento a settanta metri d’altezza, al suolo e al riparo dei recinti magari ce ne sono soltanto 20, di nodi, e si può caricare e scaricare tranquillamente la merce. Altrimenti il porto si ferma, i camion pure e le navi se ne vanno altrove.
A proposito: anche a questo s’è dedicato Merlo nel frattempo, e ora conferma che «insomma, dovremmo aver trovato un’intesa per non bloccare le operazioni in certi terminal quando soffia la tramontana». Non sarà solo colpa delle raffiche e nemmeno del sistema informatico delle Dogane, ma intanto «il porto di Genova - sottolinea il presidente dell’Authority - lo scorso anno ha lavorato effettivamente per sei mesi su dodici, eppure ha registrato un calo contenuto nel 5 per cento. Bisogna interpretare le cifre, per capire che la produttività non è poi così bassa come il disfattismo vuole far credere». Si può obiettare: «Non ci venga a dire che abbiamo superato le secche». Inevitabile l’ammissione, ma altrettanto franca la prospettiva: «Su Calata Bettolo attendiamo la pronuncia del Consiglio di Stato, poi saremo pronti a partire. Stessa cosa per Canepa, anche se resta qualche dubbio su eventuali, ulteriori ricorsi. E poi, col retroporto nell’Alessandrino saremo di nuovo competitivi».
L’agenda, dunque: c’è la questione aperta dell’incrocio di partecipazioni azionarie fra Sech e Vte, su cui Merlo ha chiesto il parere determinante dell’Antitrust, l’assegnazione del sesto modulo di Voltri, e, più in là nel tempo, la realizzazione delle infrastrutture. Un miglio per volta, vien da dire, quando è il caso accelerando o bordeggiando (che è sempre meglio che bloccarsi o, peggio, finire sugli scogli). Senza dimenticare, e non lo dimentica, il problema della sicurezza in banchina: «I cinesi, è vero, fanno record di traffici - sospira Merlo -. Io li ho visti lavorare, invidio i loro distripark, le gru, gli spazi che hanno a disposizione, i servizi. Ma se penso a quanto costano...». Non è una scusa per accontentarsi, ma il porto che ha in mente lui dev’essere diverso.