«Porto in tv anche l’altra Resistenza»

Il ricordo </B>È un tema a me molto caro. Mio padre, un partigiano «bianco», fu ripetutamente aggredito e sfigurato dalle brigate garibaldine

Maria Vittoria Cascino

C'un velo sopra. Sul Po, sulla pianura, sugli uomini che manovrano le chiatte. Sul commissario Soneri che affonda i passi nella terra che piange acqua. Dove la nebbia aiuta. A pensare, a scavare, ad aspettare. Che dopo sessant'anni la matassa si dipani. Tra partigiani e fascisti. Soneri è Luca Barbareschi, protagonista di «Nebbie e delitti», miniserie in quattro puntate tratte dai romanzi di Valerio Varesi e prodotte da Aureliano Lalli-Persiani e Susanna Bolchi per Casanova Entertainment. Mercoledì scorso l'esordio su Rai 2 con «Il fiume delle nebbie».
Sul Po si consuma la storia dei fratelli Tonna. Decimo precipita da una finestra. Sembra suicidio. Ma Anteo sparisce lasciando la sua barca sul fiume. Soneri, capo della Mobile di Ferrara, al suicidio non crede. Scopre che erano fascisti. Agguanta un filo e lo riavvolge lungo sessant'anni. Trova il corpo di Anteo sbattere contro il monumento ai partigiani sulla riva del Po. Trova San Quirico che di tanto in tanto il fiume restituisce agli occhi. Trova Savino che gli racconta cosa fecero lì i fratelli Tonna alla famiglia del partigiano Ghinelli. Acqua e nebbia, Soneri va a tastoni, annusa. Il tempo si dilata nella provincia padana. Un bicchiere di vino, lo stracotto, arie d'opera e il sigaro fra le labbra. Soneri trova Ghinelli sulla riva del Po. Sessant'anni dopo alla resa dei conti. «Certe cose non si dimenticano» è una battuta ricorrente nel film.
La percezione è la stessa. La stessa che cogli nei racconti di uomini e donne che il Giornale sta scrivendo. Nelle testimonianze di chi ha perso qualcuno nelle giustizie sommarie messe in atto da partigiani dopo la Liberazione. Vendetta. La fiction la allunga di sessant'anni, ma tutto è rimasto intatto.
Luca Barbareschi, perché scegliere questa storia?
«Con Susanna Bolchi e Aureliano Lalli collaboro da quaranta film. Fa parte delle nostre indagini editoriali cercare storie e i libri di Varesi sono dell'ottimo materiale».
La storia dei fratelli Tonna è realmente accaduta?
«Quando scrivi prendi sempre qualcosa dalla realtà».
È una moda raccontare di partigiani e fascisti, sessant'anni dopo?
«Abbiamo pensato al soggetto prima che Pansa scrivesse “Il sangue dei vinti”. Una fiction ha bisogno di tempi lunghi. Già tre anni fa sapevamo cosa avremmo prodotto. Poi questo è un tema a me molto caro. Mio padre, un partigiano bianco, fu ripetutamente aggredito e sfigurato dalle brigate garibaldine. Nel '46 e ancora nel '48. L'ultima volta gli spaccarono tutti i denti. La storia di quegli anni la conosco bene».
Nel film l'intreccio dei dialoghi va oltre i delitti. Ci sono scambi di battute, tra gli ex partigiani e Soneri, che tagliano di traverso la storia e ti portano a seguire il pensiero laterale del commissario.
«Diciamo che c'è stata una guerra civile. E diciamo che la fiction racconta una storia che si arricchisce di tante sfumature».
Il Giornale da tempo racconta storie di uomini e donne fascisti o supposti tali, oggetto di giustizie sommarie. Potrebbero diventare lo spunto per una produzione?
«A volte il materiale è interessante, a volte meno. Adesso stiamo lavorando ad una fiction ambientata durante la seconda guerra mondiale. Parla di partigiani e di una storia d'amore. Ma non voglio dire altro».
Barbareschi si dilegua come Soneri. Questa sera tocca a «L'affittacamere». Nessuna anticipazione. Ma Soneri ti ha già convinto.