«Possibile un golpe in Turchia»

Zeyno Baran annunciò le dimissioni forzate dell’ex premier Erbakan e ora avverte: i militari non vogliono un presidente islamico

Marcello Foa

nostro inviato a Istanbul

È una ricercatrice, è turca ma vive in America. E ha il potere di mettere in subbuglio il suo Paese. Zeyno Baran, questo il suo nome, lavora per l’Hudson Institute, uno dei think tank conservatori di Washington. Nove anni fa divenne famosa perché predisse con straordinario tempismo il diktat con cui i militari costrinsero alle dimissioni l’allora premier islamico Erbakan. Ora concede il bis, con un articolo pubblicato sul settimanale Newsweek, intitolato «La Turchia vicina a un colpo di Stato», in cui annuncia che le probabilità di un golpe nel 2007 sono pari al 50%. Il sospetto è che la sua profezia non sia affatto disinteressata e che rappresenti un avvertimento al Partito Giustizia e Progresso del premier, l’osservante Erdogan, che ha una maggioranza molto ampia in Parlamento e che nel maggio prossimo dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica.
Se quella turca fosse una democrazia normale la storia sarebbe già scritta e lo stesso Erdogan si preparerebbe a ricoprire la carica istituzionale più alta. Ma questo è un Paese in cui i militari continuano ad avere un ruolo decisivo: sono i garanti della laicità dello Stato. E negli ultimi 46 anni per ben tre volte hanno assunto direttamente le redini dell’esecutivo.
Da un paio di mesi inviano messaggi insistenti: non vogliono che un leader musulmano diventi il capo dello Stato, perché temono che, se ciò avvenisse, il processo di islamizzazione, ora strisciante, diventerebbe esplicito, tradendo il secolarismo imposto da Atatürk 80 anni fa e allontanando la Turchia dall’Occidente. Pretendono che il partito del primo ministro faccia un passo indietro e proponga un candidato che rappresenti davvero l’unità e i valori nazionali.
Ma l’islamico Erdogan finora non ha dato ascolto ai generali, che hanno deciso così di passare alla fase due: un mese fa il capo di Stato maggiore ha denunciato pubblicamente le crescenti ingerenze dei fondamentalisti nella vita pubblica del Paese. Adesso esce l’articolo su Newsweek, che sembra ispirato proprio dalle forze armate. Il quotidiano The New Anatolian ha scoperto che la Baran ha scritto il suo editoriale dopo aver ascoltato, all’Hudson Institute, una conferenza del numero due dell’esercito, il generale Ergin Saygun, verosimilmente da lei invitato.
Sono emerse altre curiose coincidenze: la ricercatrice è fidanzata ufficialmente con il vice sottosegretario del Dipartimento di Stato Usa Matt Bryza e in febbraio è prevista la visita a Washington del numero uno dei militari turchi, il generale Buyukanur, che incontrerà il vicepresidente Dick Cheney che, guarda caso, è molto vicino al centro studi della studiosa turca. La stampa si è sbizzarrita e ha cominciato a tracciare scenari di un colpo di mano “con le stellette”, concordato con Washington, non per limitare la libertà ma per impedire che venga seppellita dall’avanzata degli integralisti; anzi, degli “islamofascisti” come è stato definito il Partito Giustizia e libertà da Frank Gaffney, un altro pensatore dell’Hudson. Insomma, un golpe a fin di bene.
Fantapolitica? Può darsi, ma ad Ankara l’ipotesi è stata presa sul serio e le precisazioni della Baran, che ha negato di essere stata imbeccata dalle Forze armate, e le rassicurazioni di Bryza, il suo altolocato compagno statunitense, non sono state sufficienti a placare gli animi. La stampa continua ad occuparsi della vicenda, nonostante il clamore suscitato dalla visita del Papa e dalla crisi con l’Unione europea. Il quotidiano Vakit ha scritto che bisogna obbligare «quella donna» a dire la verità: «Non è necessario torturarla, ma deve rivelare le sue fonti». Erdogan vuole sapere ed è sempre più nervoso.