«Posso vincere il titolo 50 anni dopo Ascari»

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Sepang

La sua forza è la pacatezza anche se ha vinto da campione il terzo Gp in carriera, un successo che ne vale mille «perché dovevo assolutamente trionfare per dedicare la corsa a Pietro, il mio amico morto la settimana scorsa in un incidente stradale». Bermuda bianche con le cerniere ai lati, maglietta d’ordinanza, il viso rilassato, Fisichella si presenta così, mezz’ora dopo la fine del Gp. «Sono in forma, potrei correre subito un'altra gara», dice.
Lo sa che sono 53 anni che un italiano non vince il titolo mondiale? L’ultimo fu Ascari.
«Sì, lo so e ci penso. Speriamo solo che non ci siano problemi come lo scorso anno, o errori come in Bahrein, ad ostacolare la mia corsa al mondiale».
Le capita mai di guardare Alonso e pensare: “Lui ha già vinto il titolo che io inseguo da sempre”?
«No, perché preferisco pensare a me stesso, ai miei 33 anni. Anche se so che quest’anno ho una chance importantissima e non posso sprecare l’occasione. Perché è solo il titolo mondiale che mi manca. Ritengo di non aver altro da dimostrare o imparare».
Questa è la sua vittoria più vera?
«Sì. In Brasile, per un errore, venne dato vincente Raikkonen. La vittoria mi fu restituita solo a Imola, per cui non me la gustai. A Melbourne, un acquazzone in qualifica falsò le forze in campo. Qui no. Qui ho dominato l’intero weekend».
In Bahrein è andata in diretta la sua radio, comprese le parolacce. Ha scandalizzato l’Inghilterra. Qui che cosa ha detto sul traguardo?
«Oddio, non ricordo, era tale la concentrazione... spero di no».
Che effetto fa battere il campione del mondo?
«Nessun effetto, e posso rifarlo. Sarebbe bello se io e Fernando riuscissimo ad ammazzare il campionato».
Però Alonso sembra non considerarla: come rivali ha indicato solo Raikkonen e Schumacher.
«Siamo compagni, ha detto, ce la giocheremo nelle ultime gare. E poi abbiamo la stessa voglia di vincere. Qui non mi avrebbe mai preso».
Sembra molto fiducioso per il resto del mondiale.
«Sì, perché adesso la Renault crede in me».