IL POSTEGGIO DI STRASBURGO

Come area di parcheggio il Parlamento europeo non è niente male. A chi vi si posteggia non chiede nulla: anzi gli elargisce indennità che la gente comune giudica favolose. Si obbietterà che l’assemblea di Strasburgo è ben altra cosa che luogo di relax e di ristoro, è la fucina di discussioni decisive per le sorti del nostro continente. Così dovrebbe essere. Chissà cosa si credevano i cittadini italiani che con il loro voto attribuirono a Michele Santoro la dignità di europarlamentare. Forse che con la sua indubbia intelligenza e con la sua capacità di polemista infiammasse i dibattiti, affrontasse problemi, proponesse soluzioni. In chiave faziosa, lo si riteneva scontato: ma con impegno civile nel ruolo che aveva assunto.
Macché. A Strasburgo Michele Santoro è rimasto in transito, giusto il tempo che occorreva perché gli si presentasse una buona occasione per rientrare in televisione. L’occasione è venuta sotto forma del programma - evento Rockpolitik di Adriano Celentano, e Santoro ha presentato le sue dimissioni da europarlamentare e annunciato la sua assunzione nell’esclusivo club del «molleggiato»: aggiungendo, con supremo sprezzo dell’evidenza, che il suo addio a Strasburgo è indipendente dalla vicenda di Rockpolitik, e che la sua presenza nello show non può essere considerata di carattere politico. Il «si ride» inserito in alcuni resoconti di Montecitorio sembra qui molto appropriato. Santoro è intriso di politica fino al midollo. Si può discutere se gli debba essere ridata la parola in televisione, e personalmente credo che sia opportuno ridargliela. Ma sapendo che ne farà l’uso di sempre, che sarà un portavoce della sinistra girotondina. Riconosca almeno, anche lui, questa semplice verità.
La vicenda - per il modo in cui si è avviata e sviluppata - non è edificante. Mi sembra molto, troppo spregiudicata - fino al cinismo - questa moda di mettere nelle liste elettorali personaggi divenuti popolari solo per meriti catodici, senza alcuna qualifica che ne giustifichi il rapido cursus honorum. L’uso di Strasburgo per un soggiorno gradevole - e a volte virtuale - a spese del contribuente non appartiene solo a Santoro, a Lilli Gruber e ad altri noti. Autorevoli esponenti politici hanno dato la sensazione di avere analogo, utilitario rapporto con quell’istituzione. Ma almeno un po’ di discrezione e di considerazione per l’istituzione stessa non guasterebbe. Chi ci entra e ne esce come i clienti d’un albergo dalle porte girevoli, e lo fa dopo aver attizzato i furori democratici e moralistici delle sue platee, è un furbacchione piuttosto che un apostolo della democrazia.
Non so quale sarà l’esito della polemica, e quale soluzione avrà il sottile contenzioso su Santoro politico o no. Ogni divieto rischia di provocare accuse veementi alla «censura di regime». Meglio, secondo me, lasciare che anche Santoro si sfoghi. Ma non senza aver sottolineato che la totale licenza di dire e di presentare ciò che vuole concessa a Celentano - di sicuro ottima per l’audience - rappresenta un singolare privilegio. La libertà d’informazione per contratto è una interessante novità italiana. Con il risvolto sconcertante d’un direttore di rete che si autosospende per la durata dello show, rinviando il suo ritorno al timone a quando lo tsunami televisivo sia passato. La televisione incombe, Strasburgo funziona un po’ come «isola dei famosi», il Tg1 ospita l’immane spot propagandistico di Benigni per il suo ultimo film. Adesso tocca a Celentano e a Santoro, auguri.