«Il posto delle fragole» Quelle inquietudini lanciarono la sua arte

In quel film del 1957 ci sono tutte le tracce del suo modo di girare

Nel 1957, quando realizzò Il posto delle fragole, Ingmar Bergman non aveva ancora compiuto 40 anni. E già poteva vantare a suo credito una dozzina di film (tra i quali da ricordare: Donne in attesa, Monica e il desiderio, Sorrisi d'una notte d'estate). Il cineasta svedese, da sempre intento in impegnativi cimenti col teatro, toccava così col Posto delle fragole la sua opera-cardine, incentrata com'essa era su una traccia narrativa tormentosa (frutto presumibilmente di angosciose vicende autobiografiche risalenti alla sua infanzia-adolescenza in una famiglia malata di devastanti nevrosi e intolleranze) e strutturata vistosamente secondo canoni stilistici ora arieggianti un torvo surrealismo, ora ad andirivieni drammaturgici mossi dagli inquietanti rovelli psicologici desunti tanto da Proust, Joyce, Strindberg, Svevo quanto da più personali inquietudini esistenziali e morali.
Elemento centrale di un film dalle movenze complesse e tortuose come Il posto delle fragole risulta, in effetti, la semplice rievocazione della «giornata particolare» - in cui si dipana peraltro l'intera dimensione di una vita, di un mondo - del professor Isak Borg, un medico rinomatissimo in procinto di ricevere dall'università di Lund un prestigioso titolo accademico. A questa traccia si mischia progressivamente la patetica storia sentimentale del figlio Evald (anch'egli medico) e dell'inappagata sposa Marianna (una Ingrid Thulin di memorabile bravura), personaggi e figure - ora reali, ora fantasmatiche - di uno scorcio d'estate vissuto in viaggio e nei luoghi evocatori del passato non proprio felice del professor Borg.
Qui e ora, forse non è il caso di diffonderci oltre nei dettagli di una trama percorsa da soprassalti onirici, da ricordi e illuminazioni intensi - si pensi per tutte, alla scena dell'incontro raggelante dell'anziano professore con la scostante figura della madre centenaria -, ma è piuttosto importante cogliere il significato metaforico dell'intero racconto, sia nei suoi scorci drammatici, sia nelle sue aperture idilliache. Detto in estrema sintesi, insomma, Il posto delle fragole si proporziona sullo schermo come un'esemplare meditazione sulla vecchiaia da parte di un regista poco meno che quarantenne, ma in vena di bilanci totali e totalizzanti. Il film è ormai considerato quasi unanimemente come una summa dei caratteristici motivi espressivi bergmaniani: l'amore come delusione e rinascita, le perplessità religiose, l'interesse strenuo per la psicologia femminile, la gioia e il disincanto anche di ogni quotidiana avventura.
A suggellare poi tanto e tale turgore di suggestioni e di significati risulta qui determinante nel ruolo del campeggiante professor Borg il grande regista svedese Viktor Sjöström che, con una caratterizzazione svariante ininterrottamente dalla trepida commozione alla più dura esternazione tragica, sopravanza di slancio anche l'originario intento descrittivo di Bergman per farsi viva, vitalissima partecipazione emotiva. Non è un caso che, appunto Bergman, abbia avuto a sottolineare, anche con qualche compiacimento, giusto a questo proposito: «... Non avevo capito che Viktor Sjöström si era preso il mio testo, l'aveva fatto suo e vi aveva immesso le sue esperienze... Si era impadronito della mia anima... e se ne era appropriato...». L'esito? Un grande film per un grande cinema.