Il posto vuoto sulla panchina nerazzurra

M a perché rovistare nei ricordi per una vita così breve e bella e feroce assieme? Che cosa vuoi che siano oggi le parole e i pensieri, le lacrime e quello strano senso di nausea che si aggiunge all’afa di una Milano vuota? Più vuota dopo una notizia attesa ma crudele, l’ombra intravista dietro l’angolo ma comunque paurosa. Guido Susini aveva quarantotto anni e se ne è andato in vacanza da solo, in silenzio, portato via da una malattia che diciamo brutta per esorcizzarla, inutilmente. Ha lasciato a Erbusco, dove viveva e sognava, una squadra bellissima, Monica, Andrea, Luca, Rebecca. Guido Susini era team manager dell’Inter, quello che sta appresso ai giocatori, quello che informa l’arbitro, quello che in campo rappresenta la società. D’accordo, ma il suo team vero, oltre alla beneamatissima, lo ritrovava lontano dallo stadio e dall’ufficio dove lavorava, insomma nella vita che lui amava sul serio e che, perfida, lo ha pugnalato improvvisamente.
A vederlo ti faceva venire alla mente certi ragazzoni dei college inglesi o americani, quelli con gli occhialini, il faccione bello paciarotto, la sfumatura alta, quelli che spingi giù dal bordo della piscina e loro reagiscono ridendo, con lo sguardo che ti perdona.
Questa è la memoria che lascia, tra le mille, Guido: il sorriso furbo e candido assieme, la sua buona educazione e la vita quieta. Nel mondiale di Italia ’90 gli venne attribuita la responsabilità di gestire la tribuna stampa dello stadio di San Siro. Per chiunque altro sarebbe stato come infilarsi in una galleria di gas velenosi. Guido Susini affrontò e risolse la questione, davvero tossica, dondolando sulla panza e aggiustandosi sul naso la montatura delle lenti. Mai, dico mai, sollevò un problema che fosse uno. Merito dell’eredità di un padre giornalista, merito degli anni di asilo in radio e tv, merito delle scuole superiori frequentate al Milan che era già il superclub disegnato da Berlusconi e organizzato da Galliani. Per lui, nerazzurro di cuore e di testa, quel lavoro in rossonero era come andare in ferie con la suocera. Venne per lui, finalmente, l’Inter, il primo grande amore, tormentato prima, ma poi, alla fine, riacciuffato. Per Guido questa estate non era mai incominciata. Ed è già finita. Sulla panchina dei campioni resta un posto vuoto.