La Potemkin di Veltroni

È l'ultima trovata elettorale di Walter Veltroni: regalare ai romani una seconda occasione per scandire coralmente l'immortale giudizio sulla Corazzata Potemkin espresso da Fantozzi nel corso del «segue dibattito» al cineclub. Sabato prossimo, infatti, tra il Colosseo e l'Arco di Costantino è in programma la replica del Napoleon, quattro, cinque ore di film muto e in sfarfalleggiante bianco e nero girato nel 1924. Ne sono trascorsi di anni da quell'Estate romana del 1981 che ebbe il suo «apogeo», come lo si definisce oggi, nella proiezione del «capolavoro», come lo si definì allora e tuttora si segue a definirlo, del regista Abel Gance. Parrebbe un lasso di tempo sufficiente a stemperare i ricordi e quindi a permettere a Renato Nicolini - il papà dell'Estate romana o, più comunemente, dell'«effimero» - di raccontarla così: «Ventisei anni fa gli occhi del mondo hanno guardato con meraviglia ciò che avveniva a Roma». Uno sbalordimento planetario determinato, appunto, dalla proiezione di Napoleon, «sterminata miniera di emozioni» riservate a quanti «hanno fame di quelle emozioni cinematografiche che la censura di mercato esclude» rischiando di far scomparire «dalla memoria collettiva il cinema muto, che forse ha bisogno, per tornare ad emozionare, di cornici scenografiche come la vista del Colosseo». Forse, ma non è detto.
25 agosto del 1981. «Quella serata, per chi se la ricorda, fu davvero memorabile: la platea davanti al Colosseo era gremita da politici e borgatari, da intellettuali e artisti e la pioggia battente che arrivò a metà proiezione non fece altro che sottolineare l'unicità dell'evento che, per una volta, sarà invece replicato». Così Federico Pedroni sull'Unità. A parte il fatto che non si capisce bene il ruolo della pioggia nel sottolineare l'unicità di un evento, roba che non vale nemmeno per il popolare «sposa bagnata sposa fortunata», la serata fu memorabile sotto un solo punto di vista: l'insieme delle tattiche, degli stratagemmi, dei sotterfugi cui ricorsero i Vip (politici, intellettuali e artisti. I borgatari, dopo un quarto d'ora erano tutti in pizzeria) per filarsela senza dar nell'occhio. Parlo da testimone perché quella sera ero là (non da cultore dell'effimero, ma in veste professionale). La pioggia, quando arrivò, non bagnò nessuno. Perché la platea a cielo aperto era praticamente deserta.
Che prima dell'inizio ci fosse il pienone, questo è vero. Al Colosseo convenne tutta l'intellighenzia capitolina ed era un frenetico scambiarsi di abbracci e pacche sulle spalle che sembrava di essere al raduno degli ex alunni. La stravagante trovata di proiettare in piazza una pellicola da cineclub (esattamente quelli col «segue dibattito»), quindi da conventicole carbonare, era sentita come qualcosa di rivoluzionario: portare al popolo film magari noiosi, magari brutti, ma di grande valenza culturale e, nella migliore delle ipotesi, ad alto tasso di impegno e di denuncia. A luci ancora accese, l'atmosfera era festosa: divenne grave, direi quasi solenne, appena comparvero sullo schermo le prime immagini del film.
Chi ha avuto la ventura di guardare un film muto, sa che la recitazione assume quelle forme enfatiche, teatrali, necessarie a sopperire in qualche modo alla mancanza del sonoro. Non potendo dire: «Sono disperato», l'attore sgrana gli occhi, si porta la mano alla bocca, barcolla e, nella versione femminile, s'aggrappa a qualche tendaggio per far intendere allo spettatore quale sia lo stato d'animo. Sotto questo punto di vista, l'interminabile Napoleon di Abel Gance può dirsi il paradigma del film e della recitazione ai tempi del muto: tutto un lampeggiare dello «sguardo d'aquila» di Napoleone-Albert Dieudonné, tutto un affanno di Letizia-Eugénie Buffet, tutto un campionario di globi oculari sbarrati o socchiusi nell'adocchiata iraconda, di labbra frementi, di fronti corrucciate, di teste sprezzanti gettate all'indietro o chine in segno di rassegnazione. Con le prime file in estasi e le seconde perplesse, la proiezione andò avanti nell'ordine e nel silenzio fino a quando comparve sullo schermo Saint-Just. Dalle prime file, quelle dei Vip e dei cinefili consumati, s'alzò allora un mormorio: «È lui, è Abel Gance!», «Come?», «Ma sì, è Abel che interpreta Saint-Just», «Ohh...», «È Abel, quello lì è Abel!», «Ohh...». Di bocca in bocca, di oh in oh, la segnalazione giunse alle seconde file. E allora accadde qualcosa di tremendo perché da lì, dalle seconde file, si alzò un tonante: «E sai chi se ne frega!». Fu il segnale della rivolta. I borgatari presero a schiamazzare e a sgangheratamente ridere ad ogni inquadratura finché, ancor più stentoreo del primo, venne emesso un secondo, spietato proclama: «A rega', an-na-mo-se-ne!». E così fu. Nel giro di qualche minuto alle spalle delle prime file non rimasero che cartacce, cicche, bucce di bruscolini e vuoti a perdere di Peroncino e di Caffè Sport Borghetti.
I Vip non degnarono d'una occhiata la folla che se la squagliava. Rimasero lì, inchiodati dalla bellezza e dalla cultura che tracimava da ogni fotogramma di Napoleon. Ma allo scadere della prima delle quattro ore di proiezione, prese forma il balletto. «Scusa - faceva uno - tienimi il posto che mi sono ricordato che devo fare una telefonata» (non c'erano i cellulari, all'epoca). E spariva. «Abbi pazienza, fammi passare - faceva un altro - che ho paura d'aver lasciato accesi i fari della macchina». E spariva. «Bello, bello. Forte. Potente questo Napoleone - faceva un terzo -. Purtroppo non me lo posso gustare fino alla fine perché devo raggiungere la famiglia a Santa Marinella. Sennò chi la sente, mia moglie». E spariva. Mentre i più spigliati, chi con un pretesto chi con l'altro se la filavano all'inglese, coloro che per troppa «visibilità mediatica» non avrebbero potuto impunemente piantare in asso quel po’ po’ di evento, si abbandonarono al loro destino. Vinti dal tedio, ormai insensibili ai colti richiami estetici e intellettuali del capolavoro di Abel Gance, i più si assopirono. Le signore, che non amano sprecare il tempo, presero a far salotto girando le spalle allo schermo dal quale Dieudonné, imperterrito, continuava a fulminare a destra e a manca col suo «sguardo d'aquila». Poi, molte svegliando con uno scrollone il proprio accompagnatore, anche le signore lasciarono l'arena. E quando cominciò a piovere - finalmente la scusa buona - frettolosamente sgambettando si allontanarono anche gli ultimi, eroici spettatori. L'addetto staccò allora la corrente dal proiettore (che aveva ancora tre ore di film nelle bobine), spense le luci e se ne tornò a casa in bicicletta. Così si concluse, alla maniera di Fellini, «l'apogeo dell'Estate romana». Sabato prossimo si replica.
Paolo Granzotto