"Potenziare Linate? Meglio chiuderlo"

Intervista a Riggio che suggerisce al governo la soppressione del
Forlanini. Sotto accusa la pista corta secondo gli standard
internazionali. Dopo i tagli a Malpensa passeggeri in aumento da 9 a 12
milioni. Il numero uno dell’Enac: "Troppi per questo scalo"

La crisi di Malpensa fa decollare Linate e riporta di attualità i tanti problemi dell’aeroporto cittadino. I voli di Alitalia (e non solo) sono stati incrementati, la capacità degli aerei potenziata e, secondo le prime stime, per la fine del 2008 Linate potrà contare 12 milioni di passeggeri. Numeri lontani dai 6,5 milioni di cui si è a lungo parlato come della soglia massima. Temi che riguardano non solo la concorrenza all’hub varesino, ma l’inquinamento, sia acustico sia ambientale, e la sicurezza dello scalo, stressata dal numero sempre più elevato di movimenti.

La pista in direzione nord, lunga 2.440 metri, non risponde a tutte le raccomandazioni dell’Icao, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’aviazione civile. Manca la «Resa», la runway safety area, ovvero un prolungamento della pista che permette margini di manovra più ampi in caso di problemi al decollo o di atterraggio lungo. Come spiega Vito Riggio, presidente dell’Enac (l’Ente nazionale dell’aviazione civile), «la Resa è stata realizzata solo da una parte, e servirebbe dall’altra, ma c’è un muro e l’unica soluzione sarebbe interrare viale Forlanini».
Presidente Riggio, vuol dire che ci sono problemi di sicurezza a Linate?
«Linate è sicurissimo per quanto può esserlo un aeroporto in città, che non sarà mai sicuro come uno fuori. Dopo l’ottobre 2001 è stato compiuto un enorme lavoro di certificazione. In generale in Europa l’indice di sicurezza è altissimo, perché la percentuale di sicurezza è del mille per mille negli ultimi otto anni. Certo, giochiamo con percentuali immense e sono statistiche a rischio».
E quindi qual è il problema della Resa?
«La Resa è uno spazio fisico, e lì non c’è. Se non c’è non c’è, non possiamo inventarcelo. Se c’è un aeroporto la cui pista finisce contro un muro, e ce ne sono tanti, o si risolve il problema, in questo caso interrando viale Forlanini, oppure si deve dichiarare che l’aeroporto non può corrispondere al 100 per cento delle prescrizioni del regolamento. Moltissimi aeroporti nel mondo sono così e anche in Italia il tema riguarda altri aeroporti cittadini».
Quali sono gli altri aeroporti italiani in condizioni simili?
«È un discorso che vale per Milano come per Napoli, per Catania e parzialmente per Reggio Calabria. Gli aeroporti sono stati costruiti prima delle città e se sono diventati luoghi insicuri, il problema è l’aver costruito a ridosso delle piste. Se si vogliono applicare a pieno i regolamenti internazionali, le alternative sono chiuderli o accettare che un aeroporto come Linate, in città, che ha margini di sicurezza accettabili, non sarà mai sicuro come uno fuori città. Personalmente sarei per la chiusura».
Che significa «personalmente sarei per chiudere Linate»? Lei è il presidente dell’Enac...
«Dovessi fare io il piano aeroportuale non avrei dubbi, ma non decido io. La mia proposta al ministro è chiara. Detto questo, non posso imporre la chiusura perché non è una ragione di sicurezza obbligatoria: il livello di rischio non è inaccettabile. L’alternativa è avere un traffico ridotto e limitarsi ai collegamenti essenziali. È una raccomandazione forte: o si chiude o si attivano procedure che limitano il rischio».
Linate dovrebbe avere meno passeggeri?
«È un aeroporto che dovrebbe scendere di molto e ci sono forti ragioni commerciali. Il problema non è tanto il numero di passeggeri ma il tipo di aerei. Dovrebbe servire a pochi, piccoli collegamenti, invece ci sono un sacco di voli con il Mezzogiorno. Tutti quelli che arrivano dal Sud si offendono se atterrano a Malpensa. Sarebbe saggio per ragioni commerciali, e nell’interesse della Sea, spostare i voli a Malpensa. Le città dovrebbero avere solo city airport».
Quali voli lascerebbe a Linate?
«Se si vuole salvare Malpensa, andrebbe fatto un massiccio dirottamento di voli, lasciando i collegamenti con le capitali europee. Se si avesse il coraggio di chiuderlo del tutto, sarebbe ancora meglio. Bisognerebbe spiegare ai milanesi che quaranta minuti di distanza non è la fine del mondo».