Potere ai pentiti Il primo a pagare fu Enzo Tortora

Ho seguito soltanto la parte finale del processo a Enzo Tortora, ma mi è bastata. Dal 15 luglio al 17 settembre, esclusa la parentesi agostana, che il tribunale di Napoli ha dedicato alle vacanze, non ho perso un’udienza. Breve premessa: quando il direttore del mio giornale, che è il Corriere della sera, mi notificò la decisione di inviarmi a Napoli non avevo alcuna idea se il papà di Portobello avesse più o meno combinato ciò che la Procura partenopea gli addebitava. E, francamente, poco mi importava. Conoscevo Tortora, l’avevo incontrato due o tre volte: ma non si può certo affermare che la nostra fosse un’amicizia. E, se devo essere sincero, mi era più antipatico che simpatico: trovavo odiosi i suoi toni affettati, certi atteggiamenti melliflui, il perbenismo ossessivo.
Della vicenda giudiziaria due cose mi avevano colpito. E insospettito. Il fatto che il cosiddetto blitz, che aveva portato in galera lui e altri ottocento e passa imputati, fosse avvenuto una settimana prima delle votazioni politiche; e che gli agenti, pur di far riprendere Tortora dalle telecamere, con tanto di manette e di scorta, gli occhi smarriti e il volto pallido, lo avessero tenuto in questura sei o sette ore, in attesa della luminosità adatta alla massima resa delle immagini da mandare in onda.
All’inizio Tortora, a manette ancora calde, aveva proclamato piena fiducia alle toghe, sostenendo che, prima o poi, avrebbero riconosciuto la sua innocenza; quindi, aveva giurato che mai avrebbe chiesto la libertà provvisoria e sarebbe uscito di galera esclusivamente per proscioglimento. La sua condotta, alla prova dei fatti, aveva invece smentito le intenzioni: non solo si era quasi subito scagliato contro gli inquirenti, accusandoli di irriducibile pervicacia nel perseguitarlo; ma si era affrettato a supplicarli di concedergli la scarcerazione e in subordine, gli arresti domiciliari; infine, aveva accettato la candidatura a eurodeputato nelle liste radicali, abbandonando, con un poderoso salto della quaglia, il partito liberale.
A Napoli sono così arrivato con la certezza di avere a che fare, se non con un camorrista e uno spacciatore di droga, almeno con un uomo che ignorava la coerenza. E ho cominciato a esaminare le carte processuali con diffidenza. Ma benché non trascurassi neanche una virgola della intricata storia, non riuscivo a capire quali fossero concretamente gli elementi contro di lui: c’erano le dichiarazioni dei pentiti, d’accordo, ma nulla di più.
Il primo a vuotare il sacco è stato Giovanni Pandico. Era il 28 marzo 1983. Racconta l’attività della camorra, fa nomi e cognomi di assassini vari ma, per il momento, quello di Tortora rimane nell’ombra.
Due giorni dopo fornisce un elenco degli appartenenti alla Nco (Nuova camorra organizzata). Al sessantesimo posto ci ha infilato Enzo. I giudici gli domandano: perché così in basso in classifica? Risposta: perché è uno che vale niente, una comparsa. Più tardi aggiunge che il presentatore doveva essere ucciso. Motivo, non aveva saldato un debito di 50 milioni per forniture di cocaina. La condanna a morte era stata decretata dallo stesso Cutolo, che aveva incaricato Pandico dell’esecuzione. E lui, che è in galera, si affida a un tale con cui divide la cella, promettendogli un tanto in cambio del lavoretto. E, per agevolarlo, gli impartisce lezioni di decapitazione, prendendo dei conigli come cavie. Ma il progetto non va in porto.
Trascorre una settimana o poco più, ed ecco un secondo pentito. È Pasquale Barra, diciassette omicidi all’attivo. Il quale conferma: sì, Tortora è un camorrista. Come fa a saperlo? Glielo ha scritto in una lettera Nadia Marzano, la quale smentisce, ma non importa. Perché non importa? La Marzano, secondo i colpevolisti, tace perché è gia stata picchiata e teme di essere uccisa. Da chi? Dagli amici di Tortora.
Comunque, si cerca la lettera nella quale la Marzano confida al pluriomicida l’affiliazione del teledivo alla Nco in una cerimonia che si sarebbe svolta a Milano nel 1979, in casa della donna, alla presenza di Turatello e di Cutolo. Si cerca ma non si trova. Cioè, ci sono delle lettere, ma non quella. E allora? Niente, la testimonianza di Barra viene lo stesso considerata buona perché è avvenuta spontaneamente e non poteva essere stata concordata con Pandico, perché i due erano in prigioni diverse e, quindi, senza contatti che non fossero controllabili. La legge è chiara: se almeno tre deposizioni coincidono e non sono il frutto di una macchinazione, costituiscono prova.
Ma dov’è la terza, se finora hanno parlato solamente Pandico e Barra? La terza arriva presto: è quella di Pasquale Sanfilippo. Tecnicamente, Tortora è spacciato. C’è poco da fare, la legge è legge. La quale, però, precisa che le deposizioni debbano avere i crismi dell’attendibilità, che, se vogliamo, è una qualità generica. E suscettibile di contestazioni.
I magistrati di Napoli dicono: i tre accusatori saranno mascalzoni, ex killer, ex rapinatori e quant’altro di peggio, ma, nel momento in cui chiamano il presentatore in correità, sono credibili, dato che loro stessi debbono rispondere del reato. E non esiste che uno, per il gusto di inguaiare un altro, inguai se medesimo.
Rispondono i difensori: non è vero, perché Pandico, Barra e Sanfilippo non hanno «cantato» gratis. Ossia, è vero che, accusando Tortora, hanno accusato se stessi, e quindi apparentemente sono andati contro il loro interesse; ma è anche assodato che, dopo le confessioni, sono stati tolti dal mucchio dei carcerati comuni e custoditi con riguardo.
Obiezione: ma come mai i tre, ai quali poi se ne sono aggiunti altri, hanno fatto proprio il nome di Tortora? Non bastava loro di aver coinvolto nell’inchiesta centinaia di manovali e cervelli della Nco? No, non bastava, perché è stato accertato che tutta la faccenda è diventata importante solo dopo che nel famoso elenco di Pandico è stato identificato il presentatore. Inoltre: chiunque abbia partecipato al coro contro l’anfitrione di Portobello è stato immediatamente collocato in una posizione di privilegio.
Ma attenzione: abbiamo poc’anzi accennato alla legge che prevede tre testimonianze incrociate come prova, in base alla quale Tortora è inchiodato. Osserva la difesa: pur essendo incontestabile che i pentiti erano finiti in prigioni diverse, era poi così difficile che comunicassero tra loro, visto che avevano i telefoni a disposizione e, in certi casi, contavano sui magistrati per scambiarsi informazioni? E che dire di radiocarcere, ossia di quel misterioso meccanismo che permette ai detenuti di tenere stretti contatti? E che dire dei giornali che, in assenza di un segreto istruttorio serio, pubblicavano notizie su notizie, consentendo a qualsiasi cittadino compresi quelli in cella, di essere a conoscenza di ogni sviluppo dell’affare Tortora?
Al lettore sorgerà, com’era sorto a noi, un quesito: va bene, i pentiti mentono perché è conveniente, e abbiamo visto quali sono i vantaggi; ma alla magistratura che cosa viene in tasca se il presentatore anziché in tv finisce in cella? Per comprendere la messa in moto dell’infernale macchina bisogna risalire alle origini. A quando, cioè, Pandico, tra mille verità e mille bugie, fa il nome di Tortora. Nessuno, inizialmente, ci vuol credere. Ma ecco che il pentito, che ha una mente fervida e capace di reggere i fili di qualsiasi romanzo per quanto complicato, svela una serie di particolari verosimili che, indubbiamente, insospettiscono.
Per ovvi motivi, che vanno dalla fretta alle difficoltà burocratiche, i rappresentanti della Procura napoletana, di fronte al castello delle delazioni, non svolgono alcuna verifica: né intercettazioni telefoniche, né pedinamenti, né sopralluoghi, né ispezioni bancarie. Eppure, questi passi avrebbero permesso di scoprire se effettivamente Tortora aveva un giro illecito.
In ogni caso, gli inquirenti si astengono da ogni tipo di controllo, e la spiegazione non può essere nella mancanza di professionalità, ma nella convinzione che i pentiti dicessero la verità. Sicché spiccano gli ordini di cattura, 856, tra cui quello di Tortora, grazie al quale l’operazione, di per sé mediamente importante, assume, con la carica pubblicitaria del grosso nome, la potenza di una bomba atomica.
Più tardi, nella fase istruttoria, quando però non c’è italiano che non s’interroghi sul ruolo del presentatore, prende il via la caccia ai riscontri obbiettivi. Si tratta, in altre parole, di raccogliere quegli elementi che la legge pretende perché il processo non si celebri sulle chiacchiere dei delatori, ma su delle prove. Sembra una faccenduola di ordinaria amministrazione. Ma non è così.
Più si scava, più il vuoto si allarga. Emerge un’agendina appartenuta a un camorrista, vi si trova il numero di un Tortora, e i pentiti gridano alla prova. Ma il telefono non è quello di Enzo bensì di un omonimo. Intanto il codazzo dei delatori si allunga, ognuno che si intruppa ottiene il premio: protezione in galera e altri benefici.
L’ultimo della processione è Gianni Melluso, insufflato da Barra e da Villa. Quelli della procura gli dicono: a questo ufficio risulta che lei ha fornito droga a Tortora. Risposta: io? Manco per sogno. Poi ci ripensa: sì, gliene ho venduta. E anche Melluso viene coperto di «regali»: carcere sicuro, incontri galanti in questura con la ragazza che, un anno dopo, diverrà sua moglie, promesse di espatrio per sé e la famiglia. Gli inquirenti si tranquillizzano. Avevano temuto di trovarsi con un pugno di mosche; e ora invece hanno una troupe di galeotti che, «spontaneamente» s’intende, sparano sull’imputato numero uno. La loro faccia è salva. E poco male che Melluso sia scopertamente mentitore: non sa dove consegnò i pacchi di cocaina, confonde Legnano con Melegnano, piazzale Loreto con piazzale Corvetto, riferisce di un incontro tra lui, Tortora, Pazienza, Calvi. Ormai, balla più, balla meno, la pizza napoletana è sfornata.
Ultima considerazione: se l’impianto accusatorio è così debole, come mai la magistratura l’ha sostenuto fino in fondo, a rischio di un crollo al primo soffio? Il problema è diverso, almeno secondo i difensori. Dall’Ora, in particolare, dice che tra Procura e pentiti si è formata una alleanza, una sorta di osmosi: gli uni che volevano distruggere la camorra a tutti i costi; gli altri che, intravista la pacchia delle agevolazioni, li hanno assecondati in pieno, dando loro in omaggio anche il grosso nome che, in teoria ma anche in pratica, avrebbe garantito il clamore indispensabile alla storia per non decantarsi nelle pagine interne dei giornali.
Anche per i giudici la partita si è conclusa con largo profitto: c’era davvero il rischio che, condannando Tortora, si disgustasse l’opinione pubblica, tempestata dagli innocentisti socialisti, dai radicali, da alcuni ascoltatissimi commentatori? Ma non facciamo ridere: la gente, davanti a quei dieci anni inflitti all’amico del pappagallo, non ha pensato a un grave errore, ma che qualcosa ci doveva pur essere sotto: non si manda in galera un uomo famoso se non si hanno delle certezze. Il cittadino ha sicuramente più fiducia nelle toghe, alle quali riconosce una sacralità che le pone al di sopra di ogni sospetto, che non in un presentatore presumibilmente vissuto nel mondo dello spettacolo.
Molti dicono che bisogna attendere la sentenza completa per criticare il tribunale. Ma che cosa può esserci scritto nel verdetto più di quanto si è udito in aula? Semmai è da respingere una legge, e una prassi, che legittima condanne senza prove; una legge che dà a un Panico o a un Melluso licenza di scegliersi una vittima e di stritolarla, sostituendosi, non solo al giudice, ma addirittura al boia.
Ho visto giornalisti che si sbranavano e io mi sono trovato nell’arena. Ero arrivato a Napoli, diciamo agnostico, e per la mia riluttanza a sposare la tesi colpevolista sono stato bollato innocentista, come fosse un’infamia. E deriso. La corporazione voleva a larga maggioranza la condanna di Tortora, neanche si trattasse di una conquista per la categoria.
Ma perché tanto accanimento? Ho avuto l’impressione di uno scoppio di irrazionalità, di una specie di tifo cieco analogo a quello degli stadi, alimentato, per giunta, dall’antipatia dell’imputato e dal suo modo, ora goffo ora insolente, di difendersi. Un collega lo odiava perché con la tv aveva strappato un facile successo, e scordava che, se il successo fosse facile, l’avrebbe avuto anche lui. Ha inciso anche la sua popolarità: troppa per essere perdonata da chi non ne ha affatto.
Ed ora che il presentatore era a terra, il piacere di sferrargli delle pedate era voluttuoso. Durante la lettura della sentenza ho visto cose turpi. Il nome di Tortora tardava a essere pronunciato. Che fra i colpevoli non ci sia? I giornalisti si interrogavano con lo sguardo, increduli, delusi, amareggiati. Parecchi avevano scommesso sulla condanna, avevano investito articoli ed articoli e temevano di essere sconfessati. Uno si volta e, allargando le braccia mi sussurra: vedrai che l’hanno assolto, mi toccherà andare in giro coi baffi finti. Ma la sua disperazione, e non solo la sua, è durata poco: «Tortora Enzo... dieci anni di reclusione e 50 milioni di multa» ha detto il presidente Sansone. Qualcuno ha stretto i pugni dalla felicità, altri hanno sorriso, sia pure con moderazione, dato il momento. Era come se la loro squadra avesse segnato in trasferta. E alla sera, ho saputo, hanno brindato: alla faccia di Tortora.