Il potere dell’antipatia

Pierluigi Bonora

Tifoso del Torino col cuore, della Juventus per dovere d’ufficio. Antonio Giraudo fino alle recenti dimissioni è stato amministratore delegato dei bianconeri, ma ha sempre segretamente trepidato per i granata, come ogni ultrà della curva Maratona. Il paradosso vuole che il Torino stia riconquistando la serie A e che la Juventus possa finire retrocessa forzosamente in B o in C1. L’angoscia per una sconfitta che lo ha travolto come manager e come uomo potrà essere anche minimamente mitigata dalla soddisfazione disinteressata per il successo granata?
Giraudo, l’uomo dal ghigno perenne, il volto perfido anche nei momenti di gloria, è finito sul binario morto. Con lui l’ex capostazione Luciano Moggi e la Signora del calcio italiano. E pensare che solo un mese prima che esplodesse «calciopoli» il Dottore, come era rispettosamente chiamato nel quartier generale di corso Galileo Ferraris, sognava di fare, della Juventus, un club sul modello Ferrari: «Saremo la prima squadra-azienda del mondo», pronosticava. Restare al vertice della piramide bianconera ancora a lungo, dopo la conferma ottenuta a febbraio dall’azionista Ifil, era l’altra sua ambizione. In un attimo, invece, è precipitato nella polvere. Il coinvolgimento nel più grande scandalo del calcio suona come un tradimento da parte di chi, come lui, aveva sempre ripetuto che «l’interesse della Juventus e dei suoi tifosi arriva prima di ogni altra cosa».
E come giustificarsi di fronte alla famiglia Agnelli, parte della quale lo ha sempre tenuto nella massima considerazione? Il giocattolo, tanto caro all’Avvocato e al fratello Umberto, si è improvvisamente rotto e per rimettere insieme i pezzi ci vorranno anni. Torinese doc, falso ma non cortese, Giraudo è stato per anni il braccio destro di Umberto Agnelli, prendendo in questo ruolo il posto di Walter Mandelli. Dell’ex capo di Federmeccanica, Giraudo occupa tuttora con la moglie Menena e il figlio Michele la grande villa alla Mandria, poco lontano dall’abitazione privata di Umberto, suo primo tifoso fino all’ultimo. Segretario particolare prima, attento custode dei beni personali poi, incaricato quindi di dare vita al fenomeno Sestrière, nel 1994 Umberto Agnelli lo volle al vertice della Juventus con la missione di riportare in alto il blasone bianconero. Ad affiancare Antonio Giraudo ecco allora Luciano Moggi e Roberto Bettega. Era nata la Triade.
«Il suo chiodo fisso? Il business e far quadrare i conti. E poi i tartufi in quantità industriale, l’unica debolezza insieme a un bicchiere di buona Barbera a tavola», racconta chi lo conosce. Un duro, dunque, che non ha mai amato chiamare direttori, preferendo il termine di responsabili, i dirigenti di primo livello della Juventus, «perché i direttori sono solo in Fiat». Una consuetudine, questa, mal digerita da molti. Primo a entrare in corso Ferraris (al volante - senza autista - di una Lancia Thesis) era l’ultimo a uscire. In questi anni ha avuto tanti amici e altrettanti nemici, soprattutto chi remava contro il suo benefattore Umberto. Cesare Romiti è in cima alla lista. Ma anche con Gianni Agnelli i rapporti non erano idilliaci («la Fiat - ripeteva qualche anno fa Giraudo - è un disastro, sta andando a pezzi e non ha più potere né politico né economico»). Con l’Avvocato non c’era dialogo. Di buon mattino, per avere notizie sulla squadra, Agnelli era solito chiamare Moggi o Bettega, ignorando deliberatamente l’amministratore delegato.
Anche Luca Cordero di Montezemolo, attuale presidente del Lingotto, figurerebbe nella lista dei non-amici. Nella galassia juventina, invece, Giraudo non ha mai potuto sopportare Giampiero Boniperti al quale, quando ancora poteva permettersi di esternare il suo tifo granata, dedicò l’elegante gesto dell’ombrello dopo un successo del Toro nel derby della Mole.
Uomo di potere e di conti, a Giraudo non interessava essere antipatico. Con i suoi collaboratori passava rapidamente dall’estrema confidenza alla durezza assoluta. Potente (tuttora è il terzo azionista della Juventus), innovatore (impose ai giocatori i contratti «a prestazione») oggi anche Giraudo si scuce dalla giacca lo scudetto.
Pierluigi Bonora