Il potere delle banche

I numeri ci sono tutti per collocare la nuova banca che nascerà dalla fusione di Intesa e Sanpaolo tra le prime dieci della vecchia Europa. Dai 60-65 miliardi di capitalizzazione agli oltre 6mila sportelli, per finire alla raccolta di oltre 500 miliardi di euro, tanto per citarne solo alcuni. Se i numeri ci sono, il piano industriale ancora non c’è, potendo al momento prevedere solo eccedenze di personale e di sportelli. Una fusione di questa portata, però, troverà il modo di definire al meglio un piano industriale dopo i necessari approfondimenti. Tutto sembra coincidere con un successo dell’operazione, non a caso salutata in questi termini da tutti, governo, Parlamento, forze sociali e grandi organi d’informazione. Vediamo, però, in controluce quali sono gli aspetti politici di questa fusione, lasciando ad altra occasione, e dopo aver avuto altri elementi, il giudizio sul tornaconto dei piccoli risparmiatori.
La prima cosa che salta agli occhi di tutti e da tutti sottolineata è che la fusione lascerà in mani italiane il nuovo colosso del credito, spingendo gli spagnoli del Santander a uscire e i francesi del Crédit agricole a venire a patti (vedremo, poi, in che modo). Un colosso italiano, insomma, che potrà giocare la sua partita europea in particolare guardando ad Est. Tutti quelli che oggi esultano per la ritrovata italianità minacciata dai sogni di conquista franco-spagnoli sono gli stessi, politici e giornalisti, che fino a ieri irridevano alle nostre preoccupazioni per il pericolo di una colonizzazione strisciante. Oggi questo rischio viene riconosciuto e scoppia l’applauso per una chiara inversione di tendenza. Meglio tardi che mai, naturalmente, considerando tra l’altro che nell’Unicredito di Alessandro Profumo il ruolo di primo azionista è svolto dal colosso tedesco delle riassicurazioni Munich Re, contrastato da tre casse di risparmio italiane, due delle quali di portata minore. Nel colosso che nascerà invece dalla fusione Intesa-Sanpaolo, il primo azionista sarà, è vero, il Crédit agricole (7,74%), ma avrà come compagni di strada due potenti fondazioni, la Compagnia di Sanpaolo (7,01%) e la Cariplo di Giuseppe Guzzetti (5,1%), senza considerare il ruolo delle Generali (5,1%). Un equilibrio di potere, come si vede, già oggi a forte connotazione italiana che spingerà molto probabilmente il Crédit agricole ad uscire portandosi dietro quella eccedenza di sportelli (1000-1200) che ne farà una forte banca regionalizzata e radicata profondamente nel Nord-Ovest del Paese.
La seconda considerazione politica è il ritorno alla grande del ruolo delle fondazioni, che avranno nelle loro mani (Sanpaolo Cariplo, Cariparo, Carisbo, Cariparma) oltre il 20 per cento del nuovo colosso del credito. I lettori ricorderanno che, da sinistra come da destra, le fondazioni sono state sottoposte a un fuoco concentrico di sbarramento mentre noi invano sostenevamo che esse potevano rappresentare per la nostra economia quegli investitori istituzionali di cui l’Italia manca, in attesa dell’arrivo dei fondi pensione. Il tempo, si sa, è galantuomo e il ruolo delle fondazioni nella gestione del sistema creditizio italiano sta ritornando lentamente in auge. Tutti ricordiamo come negli anni ’90 si parlava delle fondazioni come dei mostri partoriti da una perversa legislazione (la cosiddetta legge Amato), mentre oggi quelli che ieri erano i più accaniti critici plaudono alla loro presenza come unica garanzia della ritrovata italianità. Il mondo, come è noto, è una ruota, si cambia, si gira e si torna a cambiare.
Terza considerazione è l’intreccio finanza-informazione che con la nuova fusione giunge, forse, a un punto di rottura. In nessun Paese europeo la finanza bancaria e assicurativa è nella compagine di grandi gruppi editoriali, mentre in Italia quello che sarà il secondo gruppo bancario ha un peso non irrilevante nel maggior gruppo editoriale del Paese (Rcs-Corriere della Sera), che diventa egemone se lo si considera insieme a quello di Mediobanca e di Generali. Piaccia o no, quest’intreccio ha nel suo seno un profilo illiberale, al di là delle persone e della loro vocazione democratica. Sarà uno dei temi che dovrà essere affrontato per tempo perché diventa «originale», per non dire altro, che grandi gruppi editoriali vengano gestiti con i soldi dei risparmiatori, dando ai rispettivi manager un potere che è sempre più politico a fronte di uno sfarinamento del quadro parlamentare e di governo. Quel potere rischia di governare nei fatti il Paese senza mai lasciarsi votare e finisce per non avere quei contrappesi che distinguono le società democratiche da quelle a conduzione elitaria. Per il momento rallegriamoci con il maggiore artefice di questa iniziativa, Giovanni Bazoli, che nel lontano 1989 stava per essere eliminato dalla scena bancaria dai voraci appetiti di Gemina e di Romiti, i poteri forti dell’epoca. La politica intervenne e, come si vede, fece cosa saggia.