Il potere della democrazia

Che significa che nella corsa per la Casa bianca in prima linea si trovano una donna, Hillary Clinton, e un afroamericano, Barak Obama, dichiaratosi ieri candidato nella città da dove partì Abraham Lincoln per la campagna antischiavista? È solo un caso che due importanti candidati alla presidenza abbiano un profilo non tradizionale, oppure si tratta di un fenomeno che deve fare riflettere sulla società e sulla democrazia americana?
A me sembra che queste candidature siano significative di quel che oggi sono gli Stati Uniti. Anche perché al filo di lana della corsa presidenziale, oltre ad Hillary e Barak, sono presenti in entrambi i partiti una serie di personaggi «irregolari» rispetto all'élite americana, tradizionalmente maschile, bianca, anglosassone e protestante. Per i Repubblicani saranno probabilmente in corsa l'italo-americano Rudolph Giuliani, ottimo ex sindaco di New York ma estraneo al gruppo dirigente del partito, Mitt Romney, già governatore del Massachusetts e mormone, e John McCain, senatore ex-militare nato fuori dal territorio americano. Per i Democratici, oltre al possibile ritorno di Al Gore su una piattaforma ambientalista, potrà scendere in campo l'ispanico cattolico Bill Richardson, governatore del New Mexico, che sarebbe il primo candidato presidenziale della più numerose minoranza etnica del Paese.
In verità, tutte queste singolari candidature sono lo specchio di una democrazia sempreverde capace di rappresentare anche i più radicali mutamenti della società. La rapidità della presa d'atto delle trasformazioni sociali è stupefacente. Sono passati solo quarant'anni dalle battaglie per i diritti civili: da allora esponenti afroamericani sono alla testa di città e Stati, sono numerosi in Congresso, hanno un rappresentante alla Corte suprema ed hanno espresso gli ultimi due segretari di Stato.
Per un altro verso, ancora negli anni Settanta le donne, come i neri, si battevano per le «quote» al fine di completare il processo di «liberazione», mentre oggi possono aspirare perfino alla Casa Bianca. Anche sulla religione dei presidenti pesava una riserva contro i non-protestanti, tanto da mettere in questione nel 1960 l'elezione del cattolico John Kennedy. Oggi, invece, nessuno si scandalizza se perfino un mormone, che deve obbedienza alle gerarchie religiose, possa pensare di concorrere. Nessuno può dire come andrà a finire perché la selezione delle primarie è dura ed effettivamente aperta: è tuttavia probabile che qualche candidato non tradizionale (donna, nero, ispanico, non protestante...) faccia parte dei ticket che si scontreranno nel 2008.
Queste novità nelle candidature non sono soltanto l'affermazione di personalità carismatiche, come è stato scritto, quanto piuttosto il risultato di una società davvero aperta che tutto è meno che quell'aggregato di poteri economici e finanziari sopra la politica, come si sente dire in Italia. Certo, il denaro conta nella campagna per la Casa bianca, e in questo momento sta giocando a favore della Democratica Hillary, ma si tratta di una questione attinente alle regole del finanziamento della politica, e non già della supposta «mancanza di democrazia».
Quante volte abbiamo ascoltato che, con Bush, la democrazia americana era tramontata lasciando il posto a una dittatura irrispettosa dei diritti individuali? Se così fosse, come sarebbe oggi possibile una contesa così aperta, così democratica, così incerta e con tanti concorrenti così singolari? Ho sempre sostenuto che negli Stati Uniti le Amministrazioni fanno politiche che si possono condividere o no, con luci ed ombre, ma che le fondamenta delle istituzioni democratiche sono sempre rimaste sane ed operanti perché nel meccanismo costituzionale e nella società civile esistono potentissimi anticorpi che reagiscono a tutti gli abusi.
La ricchezza, la varietà e la singolarità delle candidature Democratiche e Repubblicane alla presidenza, tutte o quasi estranee all'establishment, sono pertanto un'ulteriore prova che la democrazia americana funziona, e che ormai quella società multi-etnica, multi-religiosa e multi-culturale esprime una identità nazionale anti-fondamentalista che produce i suoi effetti positivi anche nelle più alte istanze della politica.
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