Il potere della leggerezza

Le elezioni politiche non sono un concorso di bellezza. Questo è lo slogan che con molta passione e non trascurabile ansia viene ribadito da un largo fronte di illustri personaggi, dall’ex primo ministro francese Lionel Jospin al leader della destra transalpina Nicolas Sarkozy, al noto cisalpino Giorgio Bocca. L’oggetto di tanta tensione estetica, che nasconde una preoccupazione politica, è la signora Ségolène Royal, una dei candidati socialisti per le elezioni presidenziali del 2007 con buone possibilità di vittoria sia nei confronti dei suoi compagni di partito, sia nei confronti dell’esponente della destra che potrebbe confrontarsi con lei.
La signora Ségolène è senza ombra di dubbio bella, come può essere bella una signora di 50 anni, cioè nel modo in assoluto più affascinante. Difficile pensare che i rappresentanti politici della Francia, Paese per tradizione amante della raffinatezza e dello stile, possano smentire qualche secolo di storia patria denigrando con moralistica banalità la bellezza femminile. Intanto c’è da ricordare che la signora Ségolène non è una velina stagionata, approdata un po’ per noia e un po’ per vanità alla politica come talvolta si è potuto osservare sia tra i banchi del Parlamento transalpino che in quelli del Parlamento cisalpino.
Ségolène Royal, per chi la conoscesse soltanto dalle fotografie (pubblicate quest’estate sui giornali di pettegolezzi e non) che la ritraevano con un generoso bikini azzurro oppure con le gonne corte e i tacchi a spillo, è una politica navigata. Da vent’anni è deputata ed è stata tre volte ministro; nella vita privata è tutt’altro che un’avventuriera, avendo quattro figli e uno stesso uomo da venticinque anni.
Allora è proprio la sua bellezza che dai Pirenei alle italiche coste viene censurata? No, non può essere. Ad infastidire è, piuttosto, la sua leggerezza. Una leggerezza che interpreta con intelligenza lo spirito dei tempi, in cui il politico accorto sa che ha molto più potere il sorriso rispetto al pugno battuto sul tavolo o, se vogliamo mettere la cosa in filosofia, viviamo nell’epoca in cui Kierkegaard si prende la rivincita su Hegel, cioè il potere della seduzione ha la meglio sulla fredda costruzione logica del pensiero.
La leggerezza, dunque, è ciò che viene rimproverato a Ségolène, non la sua bellezza. È la leggerezza del leader che seduce invece di comandare, che domina il video invece di controllare i poteri organizzati e gli apparati di partito. È evidente che in questo modo Ségolène prende in contropiede i suoi compagni socialisti abituati a imporsi attraverso i sindacati, a rastrellare voti attraverso il consenso irreggimentato. Ma entra in competizione anche sullo stesso terreno della destra, perché leggerezza significa inchinarsi di fronte alla gente comune rispettandone la libertà non avendo la pretesa di affermarsi con modelli organizzativi chiusi e con una visione della società divisa in classi, «militarizzata», che è retaggio della vecchia tradizione socialista mai definitivamente archiviata.
La leggerezza è nella forma delle idee, è un modo di proporre tesi e problemi, non è l’effimero e l’inessenziale che si manifestano. È consapevolezza che la comunicazione, tutto il mondo della comunicazione compreso quello della politica, è profondamente cambiata da qualche anno a questa parte grazie alla televisione, a Internet, ai blog, agli ipertesti. Certo, c’è sempre chi ha nostalgia dei bei tempi andati e scambia quella nostalgia per serietà e la leggerezza per superficialità. Ma la superficialità appartiene a chi non è consapevole delle radicali trasformazioni dei mezzi di comunicazione di massa o non sa affatto usarli, non comprendendo la necessaria leggerezza che essi richiedono per poter parlare alla gente. Naturalmente può capitare che ci sia chi sa essere sapientemente leggero pur non essendo bello; ma non si sottovaluti o non si denigri dall’alto di una supponente moralità chi ha la fortuna di unire in sé le due qualità: ha molte probabilità di essere invincibile, almeno nella competizione politica dei nostri giorni, perché non si sottrae a un vero e leale confronto con la gente, trincerandosi dietro alla presunta autorevolezza degli apparati di partito o castigando il proprio fascino come fosse una colpa o un mezzo per ingannare.