«Potevo giocare in serie A Invece segno solo da prete»

Difende, un po’ perché è il suo ruolo, un po’ perché quell’uno a zero è merito suo. Davide Tisato alza la coppa che non ha orecchie, ma un cappello a forma di Saturno, il pianeta, cioè il simbolo dei seminaristi. Ha vinto la Clericus cup, il trofeo dei chierici: lui, nello specifico, è un neocatecumenale, ed è il capitano della Redemptoris Mater, squadra di Roma che, in un certo senso, l’altro giorno giocava in casa, proprio davanti al Cupolone, quando ha sconfitto gli avversari dei North American Martyrs.
Davide, 25 anni, veronese, si è preso tutti gli applausi, il gol decisivo l’ha segnato lui, che pur è difensore centrale. Ma il calcio in qualche modo è più che un destino per lui, dai colori nitidi: giallo e blu, insieme. I colori della Redemptoris Mater e, prima ancora, quelli del Chievo. Il suo quartiere, a Verona. E anche una tentazione, qualche anno fa, quando stava per entrare nelle giovanili della squadra.
Ma è stata solo una tentazione, appunto. Davide a quell’epoca ha ricevuto anche un’altra chiamata, quella della sua vocazione. Poi è entrato in seminario a Roma, quattro anni fa. Preghiere, salmi, meditazione. Poco a che fare con la vita di un calciatore. Agli antipodi. Però quella passione per il pallone rimane, in fondo non c’è nulla di male a coltivare i doni del Signore: e anche quello del difensore è un talento, ancor di più se uno segna pure, e Tisato in quest’ultima edizione della Clericus cup ha centrato cinque volte la rete, finale inclusa. «Tre volte però era su rigore», ha precisato, perché bisogna comunque essere onesti e non peccare di superbia: è lo scudetto, ma quello vaticano. Falli, proteste, cori in partita ci stanno: ma dopo no, dopo si è di nuovo tutti fratelli. E infatti a fine partita tocca a Tisato, il capitano col numero 17 sulla maglia gialloblù (non è il Chievo, ma forse un po’ qualcosa, giù nello stomaco, glielo ricorda) alzare la coppa e poi intonare l’Ave Maria tutti abbracciati, vincitori e sconfitti, terzo tempo alla clericale, poi andate tutti in pace, tifosi compresi (circa 200, sugli spalti di fronte a San Pietro). Dopo la festa in seminario a base di preghiere e aranciata, altri due impegni da non perdere: domani l’incontro con l’allenatore della nazionale Marcello Lippi (non c’è pentimento, ma non si sa mai), mercoledì, giorno della finale di Champions, per i religiosi pallonari c’è l’udienza dal Papa.
La chiamata che l’ha allontanato dai campi di calcio l’ha fatto poi ritornare, il destino gli ha rimesso il pallone ai piedi: in seminario, a Roma, Tisato si allena, senza risparmiarsi. «Lo sport è un modo per conoscere altre persone e mettere in campo le doti che Dio ci dà». La Redemptoris Mater conquista due edizioni della Clericus cup su tre, l’allenatore Simeone Biondi si è già guadagnato il titolo di «Special Don», altro che Mourinho «Special one», qui in palio c’è ben altro. Virtù, quelle cardinali: giustizia, prudenza, fortezza e temperanza, assegnate in premio a quattro chierici alla fine del torneo. Intanto però Tisato si è portato a casa pure la gloria (del gol), al ventinovesimo del primo tempo: decisivo, perché poi gli americani non sono riusciti a segnare più (merito anche della difesa inflessibile del capitano) e la partita è finita così, uno a zero. L’allenatore avversario ha provato a sminuire: «Sono un po’ scontento per il gol, era un tiro abbastanza debole». Sarà, ma a Tisato è bastato eccome. «Il calcio è una passione» ha raccontato mentre esultava coi compagni, i tifosi, l’allenatore. Quasi una vocazione numero due, ma no, il veronese, calciatore mancato, giura che il suo mito sportivo sia un altro: «Jonathan Edwards, campione di salto triplo, che spesso saltava le gare per andare a messa». Perché a Davide Tisato piace volare, un po’ come agli asinelli di Verona. Però lui un po’ più verso il cielo.