Povera Amy, senza pace in balìa di ladri e sciacalli

Oltre agli sciacalli sono arrivati i ladri, che hanno fatto man bassa di canzoni inedite ed effetti personali in casa di Amy Winehouse. Mai nessuna rockstar è stata divorata dal business così velocemente appena morta. Ormai Amy serve per tutto ed il contrario di tutto; vogliono utilizzare la sua storia per una campagna antidroga (idea meritoria!?!) ma al tempo stesso beccano dei trafficanti di brasiliani che vendono pacchetti di cocaina con sopra la sua foto.
Povera Amy, finita in quel tritacarne in cui la musica è un bene di consumo e l’artista poco più che un supervenditore, Che vale ancora di più dopo la morte. «Il sistema celle celebrità del rock - scriveva Gary Herman - appositamente ideato per mantenere un nome nell’occhio e nell’orecchio del pubblico, per incoraggiare il processo di identificazione e promuovere così le vendite dei dischi e dei biglietti dei concerti, è un fenomeno commerciale nella sua forma estrema». E la Winehouse è caduta in questo vortice alla velocità della luce. Proprio perché ha fatto un solo disco di successo (non è Elvis Presley che con il merchandising e dischi più o meno da ancora impulso a un’industria megamilionaria) meglio spremerla come un limone prima che il succo venga a mancare. Così, a meno di una settimana dalla morte, è stato annunciato il suo disco postumo di inediti (mentre Back to Black, per la serie «l’industria del caro estinto», riprendeva a vendere vertiginosamente); così, in quattro giorni, due italiani hanno scritto un instant book, in uscita in questi giorni, che è la sua prima (ma non certo ultima) biografia postuma. Ma questo fa parte del gioco(è già tanto che non abbiano scritto che è stata uccisa o che è sparita per sfuggire alla celebrità come accadde a Jimi Hendrix o Jim Morrison); stupisce però la rapidità da commando con cui viene sistematicamente spogliata persino della personalità e della sua (pur pazza) estetica. Non è lei che, in Rehab, canta «Voglino portarmi in riabilitazione ma io dico; no, no, no»? Non era una semplice canzone, piuttosto una scelta - discutibile - di vita. Eppure i genitori si sono sentiti in dovere di stanziare un fondo per un centro di riabilitazione dei drogati. Giusto e sacrosanto, ma anche questo è un po’ come strapparle un pezzo di carne per darlo in pasto ai media.
I pacchetti di cocaina con la sua foto - non fossero un atto criminale - sarebbero un colpo di genio pari a quello dei promoter di Elvis che commercializzarono un vino col faccione del Re pubblicizzandolo con la frase: «Elvis non beveva ma se l’avesse fatto avrebbe gustato questo». Invece a Rio su trecento pacchetti di cocaina spiccava la foto della star con la scritta «Amy House». «Dal momento che i media hanno sparpagliato ai quattro venti che lei era tossicomane - ha detto il capo della polizia Glaucio Moreira - i narcos ne hanno approfittato per attirare l’attenzione sulla cocaina che commercializzano. Ma hanno sbagliato anche il nome». E poi, ultimo della serie di sfregi, il furto nella sua casa londinese, dove possono entrare solo una ventina di persone tra famigliari, amici, poliziotti, guardie del corpo. Sono spariti due libri di poesia, i testi di alcuni brani inediti, lettere, una chitarra e c’è il sospetto che qualcuno molto vicino a lei abbia organizzato il grande colpo. Tra pochi giorni, c’è da scommetterci, troveremo sul mercato le cose rubate, tanto Amy Winehouse non era una ragazza o una rockstar, ma un valore monetario liquido.