Povera Chiesa, anzi povera Italia

Poiché oggi saranno tutti una voce sola nel difendere Benedetto XVI,
vediamo di piantare qualche paletto che ci permetta di distinguerci dal
coro.<br />
Primo. Attenzione a chi parla di «rinuncia». Il Papa non ha
rinunciato: è stato costretto a rinunciare. Lo sanno tutti che il
ministero degli Interni non aveva garantito il tranquillo svolgimento
della giornata. Ratzinger se ne infischia della propria incolumità, ma
non ha voluto mettere a rischio quella degli altri

Poiché oggi saranno tutti una voce sola nel difendere Benedetto XVI, vediamo di piantare qualche paletto che ci permetta di distinguerci dal coro.
Primo. Attenzione a chi parla di «rinuncia». Il Papa non ha rinunciato: è stato costretto a rinunciare. Lo sanno tutti che il ministero degli Interni non aveva garantito il tranquillo svolgimento della giornata. Ratzinger se ne infischia della propria incolumità, ma non ha voluto mettere a rischio quella degli altri. Per questo lui ha fatto bene a lasciar perdere, ma al Viminale farebbero bene a vergognarsi.
Secondo. Il ministero degli Interni ha già altre figuracce simili nel proprio cursus honorum: non aveva potuto garantire neppure la sicurezza di Bush a Trastevere. Ma è colpevole solo in seconda battuta. In prima, sono colpevoli i 67 docenti della Sapienza che hanno acceso la miccia. Cominciando con il contestare un discorso del Papa su Galileo che evidentemente non hanno mai letto, come documenta il nostro Andrea Tornielli a pagina tre; quindi aizzando le teste calde di tutta Italia; infine ieri, a frittata fatta, facendo pateticamente marcia indietro. Fulgido esempio di hombre vertical, hanno «precisato» che la loro contestazione non era rivolta al Papa ma al rettore. Ha detto bene Casini: «Se questi sono i professori dei nostri figli, c’è da avere paura del futuro».
Terzo. Questi 67 tuttavia non nascono dal nulla. Alla faccia di quel che dicono i Flores d’Arcais e le Bonino («C’è un’egemonia clericale sulla nostra cultura»), in Italia è vietatissimo urtare la sensibilità dei fedeli delle altre religioni, magari anche solo con una fetta di salame nelle mense scolastiche: ma è lecito, lecitissimo sputare addosso alla Chiesa in nome della libertà. Certe volgarità al Gay Pride, le prime pagine sul «pastore tedesco» e le battute grevi dei matematici-scrittori («Ratzinger avrebbe dovuto chiamarsi Adolfo I») sono permesse, anzi applaudite nei salotti bene.
Quarto. Non si invochi la libertà di critica. Quella è fuori discussione. Ma i barricadieri della Sapienza non volevano «criticare», volevano impedire al Papa di parlare. Come i fascisti - lo ha ricordato Galli della Loggia sul Corriere - che nel ’23-24 impedirono a Salvemini e Calamandrei di far lezione.
Quinto. Attenzione anche a chi difende il Papa citando Voltaire. A volte lo scopo ultimo è affermare questo: che se tutti hanno comunque diritto di parola, ce l’ha perfino Ratzinger. Ora, il Papa lo si può condividere o no, ma i «comunque» e i «perfino» si applicano a chi porta idee aberranti. E non è questo il caso.
Insomma quella di ieri è stata una giornata nera. Non per la Chiesa - il cristianesimo anzi è tanto più vincente quanto più è apparentemente perdente - ma per l’Italia. E per la ragione.