«Povero Arlecchino Oggi morirebbe chiedendo favori»

Undicesima edizione, 2.500 repliche, 2 milioni di spettatori, 40 Paesi e 200 città ad applaudire in oltre 60 anni di messa in scena firmata Giorgio Strehler: sono i numeri di Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, che dal 1963 è feudo inespugnabile di un grande del teatro italiano e internazionale, Ferruccio Soleri. Fiorentino, classe 1929, fisico eccezionale e allenatissimo, anima, genio e voce di una maschera indimenticabile - con l'inflessione dialettale impartita in gioventù dal collega veneto Gastone Moschin - Soleri è in vista di un compleanno importante, che festeggia mantenendo salda la posizione di Arlecchino ereditata da Marcello Moretti: fino al 10 maggio Milano, al Teatro Studio, sarà una delle tappe della lunga tournée internazionale che si chiuderà a luglio in Giappone.
Com'è andata in Turchia?
«Ottima accoglienza»
Ma che ne sanno i turchi di Arlecchino?
«Arlecchino è un personaggio universale. Perché è popolare, prima di tutto, e dunque la gente lo capisce subito. E poi perché è ingenuo e primitivo e queste sono caratteristiche dell'umano un po' dappertutto».
Chi era Arlecchino nell'idea di Goldoni?
«Un analfabeta che riesce ad ottenere tutto quel che vuole senza spinte, appoggi e raccomandazioni. Uno che nel momento del bisogno diventa più furbo di tutti e si arrangia, ma da solo».
E oggi dove sono gli Arlecchini?
Al cimitero. Non ci sono Arlecchini oggi. Non potrebbero esistere. E se esistessero, morirebbero subito».
Abbiamo perso la capacità di arrangiarci da soli?
«Ce l'ha fatta perdere l'età moderna. La nascita della borghesia. Una volta c'erano solo ricchi e poveri, ben distinti. Oggi Arlecchino sarebbe costretto a chiedere dei favori a qualcuno».
Ma allora che cosa le dà lo stimolo di metterlo in scena ogni volta?
«La gioia di vedere che il pubblico impazzisce per lui, lo ama anche se è un personaggio antico. Ama la sua umanità».
Fu Strehler a sceglierla per il ruolo?
«Moretti mi propose come sostituto negli Stati Uniti, perché mi aveva visto all'Accademia. Ma il mio Arlecchino è Giorgio Strehler. Avrò certo della qualità, sennò non sarei durato così a lungo, ma senza Strehler non avrei nemmeno cominciato. Mi disse che dovevo tirar fuori il mio personaggio, non farne la copia di Moretti. E aggiunse al personaggio le acrobazie perché seppe che da bambino le facevo, per divertimento».
Che cosa vedeva Strehler in Arlecchino?
«La purezza, l'ingenuità. Il poter conservarsi naif persino avendo due padroni».
Anche le protagoniste femminili sono caratteri che oggi non esistono più?
«Smeraldina è attualissima: nel secondo atto Goldoni le fa recitare addirittura un monologo femminista. Il mondo va bene a voi uomini perché ve lo siete costruito, dice. Una ribellione valida ancora oggi, che il ruolo di sottomissione delle donne non si è poi così estinto».
Della crisi del teatro Arlecchino risente?
«Questo spettacolo è talmente famoso che tutti lo vogliono e riesce a mantenersi in vita. Ma non si può negare che il teatro sia in crisi. Economica e culturale».
Di chi è la colpa?
«Di chi propina al pubblico un branco di personaggi abbandonati su un'isola invece che le migliori pièce del mondo».
Non sarà che anche il teatro ha perso la sua forza spettacolare, specie verso i giovani?
«Se così fosse, i giovani non sarebbero così entusiasti quando vengono a vedermi. Anche se sono giovani abituati a vedere quelli là sull'isola tutto il giorno».
Lei dirige anche l'Accademia Internazionale della Commedia dell'Arte del Piccolo...
«Insegno ai giovani attori la tradizione del teatro popolare. Come usare la voce e il corpo quando si indossa una maschera e come non far perdere al pubblico, che non vede il viso, il sentimento che l'attore prova in quel momento».
L'ultima domanda è d'obbligo: lei oggi a chi lascerebbe il suo Arlecchino?
«Ma perché dovrei lasciarlo a qualcuno? Intanto vorrei continuare. E poi Arlecchino è patrimonio di tutti, come Amleto. Io posso al massimo scegliere un sostituto, che già esiste, ma non posso dire chi sarebbe l'Arlecchino ideale. Un desiderio però posso esprimerlo: che quando non sarò più io a farlo, venga conservata la messa in scena di Strehler. Le sue idee, le sue trovate, la sua concezione dell'attore come essere umano, mai come “macchina” che non capisce nemmeno il senso di quello che fa e che dice».