Povero Dudamel Quanta fatica essere maestro

Incerto e sbadato, all’Auditorium paga un anno di sovraesposizione

Pietro Acquafredda

da Roma

Salvate il direttore Dudamel! È un appello accorato per non assistere impotenti al sovraffaticamento di un autentico fenomeno della direzione d’orchestra. Gustavo Dudamel, il venticinquenne direttore venezuelano, che l’anno scorso era apparso per la prima volta in Italia, sempre all’Auditorium, ed aveva diretto con autorevolezza e vitalità la Nona di Beethoven, era attesissimo a Roma, per una necessaria verifica, dopo un anno trascorso in giro per il mondo e mentre l’attende la prova più impegnativa della sua breve ma intensa carriera: il debutto scaligero, ad ottobre, per il Don Giovanni di Mozart.
Tecnica impensabile per un giovane della sua età, gesto efficace, vitalità e forza trascinatrice intatti. Di nuovo aveva la fede al dito: nel frattempo, infatti, Gustavo ha sposato la sua giovane compagna, giornalista, e vivono felici. Adesso, però, corre come una trottola e la sua corsa non accenna a rallentare. Ha diretto in quindici giorni a Spoleto (inaugurerà anche l’anno prossimo, il festival del cinquantenario), poi Israele( Haifa, sotto le bombe) e Roma; a settembre, con la sua orchestra «Simon Bolivar» e in compagnia di Claudio Abbado, tornerà a Roma e Palermo, dove dirigeranno un concerto per uno. C’è di che rovinarsi la salute ed anche la reputazione, se non si trova il tempo sacrosanto per fermarsi, riflettere e studiare. L’allarme per il fenomeno dei giovani direttori, troppo presto catapultati sul podio di prestigiose istituzioni, l’hanno lanciato, fra gli altri, Maazel e Muti. Troppo presto, avevano detto in coro le celebri bacchette. Colpa dello show business - ha aggiunto Antonio Pappano - che non si cura delle persone ma mira unicamente sfruttare al massimo e nel più breve tempo possibile un’occasione di guadagni.
Il concerto romano, a sala esaurita (oltre 2500 presenze), si apriva con il Concerto dei concerti pianistici, quel n. 1 di Ciaikovskij, croce e delizia di ogni pianista. Al pianoforte Sergio Tiempo, venezuelano come Dudamel, trentacinquenne. Pianismo di potenza il suo, ma senza il fascino dell’autentico virtuoso alla Horowitz e senza un disegno interpretativo evidente. Delusione su delusione, anche Dudamel ha sfoderato forza e capacità trascinatrice, usate però solo per accentuarne l’aspetto pompieristico, esagerandone i contrasti dinamici. Anche il quieto cantabile secondo movimento l’ha tirato via senza particolare attenzione e cura. Insomma «sindrome da affaticamento» per il giovane Dudamel, e qualche incertezza tecnica nel raccordo fra orchestra e pianoforte, ad avvio di concerto. Alla fine applausi scroscianti e lunghissimi, per un concerto che in fondo non li aveva proprio meritati al solista e neppure al direttore.
Dudamel per fortuna ha avuto una prova di appello, nella seconda parte, quando ha diretto una suite da Romeo e Giulietta, il celebre balletto di Prokofiev. Alle tre suite consegnate dal musicista, il giovane direttore ha preferito una quarta, confezionata da lui medesimo. E qui, evidentemente, a contatto con una partitura fortemente «plastica», con una forza dinamica irresistibile - come aveva notato, al suo apparire, il grande Eizenstejn - più efficace, più articolata e ricca di contrasti ma certamente anche più meditata e studiata, Dudamel è riuscito a dimostrare di meritarsi le attenzioni che il mondo musicale gli riserva. Ed anche gli applausi scroscianti, ritmati e interminabili.