Il povero miliardario che attacca i figli "Hanno fatto un sacco di soldi. I miei"

Tommy Berger. È quel signore col sigaro fra le labbra che in questi giorni avete visto nelle pubblicità. Ha lanciato la Levissima, il caffè Hag, le lamette Wilkinson. Con 150 milioni di dollari pensava d’essere sereno. Invece...

Chi è quest’anziano con un sigaro cubano fra le labbra, camicia rossa e berrettino alla Fidel Castro, che da alcuni giorni compare sul Giornale, oltre che su Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore, Unità e Foglio, in pubblicità grondanti velenoso sarcasmo, del tipo: «Mio figlio ha fatto un sacco di soldi. I miei»; oppure: «Figlio mio, tutto questo un giorno sarà tuo. Ho detto: un giorno!»; e anche: «Figlio mio, prendermi il posto, d’accordo. Ma prendermi anche i miliardi...»? Si chiama Tommy Berger ed è, o almeno è stato, un multimiliardario che ha imposto sul mercato a colpi di Carosello prodotti famosi, dal caffè Hag alle lamette da barba Wilkinson, dai leccalecca Chupa Chups allo shampoo VO5, così come suo nonno Ignazio e suo padre Roberto avevano inventato l’olio Nitrolinol per le armi dell’esercito austro-ungarico, il lucido da scarpe Guttalin, la pomata antidolorifica Vegetallumina.

Ed è stato anche il magnate delle acque minerali: ha portato la Sangemini da 2 a 60 milioni di bottiglie, la Fiuggi da 4 a 80 milioni, la Fabia da 30 a 200 milioni, fino al miracolo di «altissima purissima Levissima», innalzata a 800 milioni di bottiglie con l’aiuto dello scalatore Reinhold Messner, per non parlare di Ferrarelle e Uliveto.
Ma dev’essere ben disperato, quest’anziano, se ha deciso di scomodare il quarto comandamento, «Onora il padre», e di farne il titolo di un libro edito da Marsilio, e di spendere 200.000 euro per reclamizzare il terribile j’accuse di 204 pagine che ha scritto contro i tre figli Donata, Roberto e Simona, nati tra il 1959 e il 1961, incolpati – insieme con quattro professionisti che lo assistevano negli affari – d’averlo tradito, offeso, derubato.


Tommy Berger è ebreo. I bisnonni venivano da Bialystok, la città della Russia Bianca zarista, oggi polacca, dove s’è sempre parlato lo yiddish, almeno fino al sanguinoso pogrom del 1870, quando la comunità ebraica fu decimata. «Il cuore dell’uomo è un posto libero: puoi edificarci un paradiso o scavarci un inferno», recita un antico proverbio yiddish. Lui ha fatto entrambe le cose. Seduto sopra un capitale di 150 milioni di dollari, «che nei miei piani avrebbe dovuto mantenere me, i miei figli, i figli dei miei figli e i loro figli», insomma sistemate le cose perché almeno quattro generazioni potessero vivere di rendita, aveva smesso di fare l’imprenditore, passando la mano all’erede maschio.

Sognava di godersi un meritato riposo sugli oceani – proprio come si appresta a fare in questi giorni un altro multimiliardario, Luciano Benetton – a bordo del suo Tommy, uno yacht lungo 54 metri uscito dai cantieri Benetti di Viareggio, famosi per aver costruito il Nabila di Adnan Khashoggi, che ha bisogno di mezza giornata di bunkeraggio per riempire il serbatoio da 80.000 litri, dotato di eliporto per l’elicottero Agusta («un’emergenza sanitaria durante la navigazione può sempre capitare, sono diabetico e ho già avuto un infarto»), cinque cabine a tre o due letti, 14 uomini d’equipaggio.


Invece si ritrova soltanto con una casa in affitto a Lugano, dove abita da marzo a ottobre, e un appartamento a Miami, acquistato con un mutuo sul 90% del valore. Torna in Florida questa domenica e ci resterà per tutto l’inverno, perché soffre anche di un’altra malattia, rarissima, «agglutinamento criolitico, si chiama», che gli impedisce di stare in luoghi freddi: «Se la mia temperatura corporea scende sotto i 36 gradi, i globuli rossi si distruggono fra loro, il sangue mi diventa acqua e muoio nel giro di mezz’ora». È da lì, dal 14° piano del grattacielo in South Pointe Drive, che tre anni fa stava per buttarsi di sotto: «Mi ha trattenuto solo la volontà di combattere».

Certo, a vederlo aspirare uno dei suoi quattro Hoyo de Monterrey Double Coronas quotidiani, cioè mandare in fumo 15 euro che diventeranno 60 entro sera, per un totale di 1.800 euro al mese, quando lo stipendio di un poliziotto è di 1.200, non suscita troppa compassione, nemmeno volendo tener conto del fatto che a 15 anni, nella Milano appena uscita dalla guerra, vendeva per strada le sigarette strappate ai soldati americani. Anche perché confessa che «4 o 5 milioni di dollari» gli sono rimasti, 4 «o» 5, come se fosse una differenza da nulla, e del resto tutto va parametrato alle sole spese di gestione del Tommy, che ammontavano a 3 milioni di dollari l’anno.

Ma il racconto del modo in cui suo figlio gli suggerì di procurarsi i sigari cubani sotto embargo negli Stati Uniti («mi propose quella che ai suoi occhi appariva una soluzione: diventare console onorario del Belize, sborsando un milione di dollari l’anno, un po’ caro, ma in cambio avrei ottenuto la valigia diplomatica dove nasconderli»), stringe il cuore e dà l’esatta misura del contrappasso toccato a questo apolide, personificazione dell’ebreo errante, nato a Vienna il 7 dicembre 1929, vissuto a Milano, convertito con la forza al cristianesimo, sfuggito alla Shoah facendo la fame nei campi di lavoro coatto in Svizzera, che ha avuto mezza famiglia sterminata dai nazisti. «Il padre e la sorella di mia madre furono uccisi a Theresienstadt, il lager modello che serviva a ingannare la Croce rossa. All’inizio gli aguzzini usarono zia Lisle come donna di piacere, quando ne furono stanchi la ammazzarono. Fanny Engel, mia nonna paterna, venne gettata dalle Ss con una pietra al collo nel lago Maggiore. Invece mio nonno Ignazio Berger restò vittima della sua disarmata e tragica ingenuità», e in questo la storia sembra ripetersi.
Che accadde a suo nonno?
«Fuggì dalla Russia Bianca, percorse 900 chilometri a piedi e si fermò a Vienna, dove fece fortuna. Nel 1938, alla vigilia dell’Anschluss, si recò alla Banca Popolare di Lugano e prelevò tutto l’oro frutto dei suoi risparmi. Come altri facoltosi ebrei, lo consegnò ai tedeschi per evitare che invadessero l’Austria. Poco prima dell’annessione, infatti, Hitler aveva messo in giro la voce del possibile patteggiamento. Il giorno stesso del loro arrivo a Vienna, i nazisti assassinarono mio nonno per evitare che svelasse la beffa. L’esperienza con i miei figli mi ha fatto comprendere come in certe trappole si possa cadere senza neppure sapere come».
Lei dove viveva nel 1938?
«A Milano. Con le leggi razziali la scuola elementare ebraica che frequentavo fu chiusa. Grazie all’intermediazione dell’avvocato Francesco Carnelutti, mio padre parlò a Roma con padre Pietro Tacchi Venturi, che teneva i rapporti tra il Vaticano e Mussolini. “Lei deve far battezzare i suoi due figli. Poi potrà iscriverli al Gonzaga, l’istituto dei Fratelli delle scuole cristiane, ma si sbrighi”, fu il consiglio dell’influente gesuita. Così una mattina alle 7, nella chiesa di San Gioachimo, in dieci minuti l’intera famiglia Berger venne battezzata, comunicata e cresimata. Ciò nonostante sul Popolo d’Italia uscì un articolo che denunciava mio padre come “l’ebreo abitante in piazza Fiume 10 che cerca di mettersi la maschera”. Io mi ritrovai nella quarta elementare del Gonzaga ad ascoltare l’insegnante che spiegava come i giudei avessero ucciso Gesù e quindi fossero colpevoli di deicidio. Il direttore spirituale della scuola era don Carlo Gnocchi, il futuro beato. All’epoca era fascistissimo. In seguito avrebbe aiutato la Resistenza».
Ora che rapporto ha con la sua religione d’origine?
«Sono fuori sia dalla religione ebraica che da quella cattolica. Due anni fa mi presentai al rabbino di Lugano per entrare nella comunità israelitica. Fui messo alla porta: “Spiacente, lei ha sposato una non ebrea”».
E con Dio che rapporto ha?
«Ci parliamo tutte le sere. Mi dice di sopportare. Nella vita ci sono sette anni di vacche grasse e sette di vacche magre. I miei ultimi anni sono quelli delle vacche magre».
Quante mogli ha avuto? Ho perso il conto.
«La prima, Maria Antonietta, morì sei mesi dopo che c’eravamo sposati. La seconda, Adriana, la conobbi nel 1958 sul set del primo Carosello, forse quello del caffè Hag o dello slogan “Con Fiuggi dieci anni di meno”, ora non ricordo; è la madre dei miei tre figli, ci siamo lasciati dopo un ventennio. Con la terza, Irina, una peruviana, è durata tre mesi. La quarta, Kelly Toole, è una giovane avvocata di Miami che ha lasciato la sua professione per starmi vicino. Lo devo a lei se non mi sono suicidato».
Perché voleva uccidersi?
«Dopo 45 anni di lavoro avevo messo tutti i miei averi, 150 milioni di dollari, in un trust. È un istituto di diritto inglese che risale al Medioevo, quando i nobili partivano per le crociate e lasciavano i loro beni in mani fidate per ritrovarli al ritorno. Con un modesto 5% d’interesse, avremmo avuto 7,5 milioni di dollari l’anno da spendere. Potevamo vivere tutti alla grande. Dieci anni dopo ho scoperto che quelle mani non erano affatto fidate. Sono stato espropriato dai miei stessi figli e dai miei consulenti, professionisti che per i loro consigli sono pagati dai 150.000 ai 180.000 euro l’anno».
Espropriato come?
«Con un pretesto ridicolo. Ma io, che mi fidavo ciecamente di tutti loro, all’epoca l’ho preso per molto serio».
Quale pretesto?
«Sono stato indotto a credere che siccome d’inverno io facevo base a Miami col mio yacht, il fisco americano avrebbe potuto identificarmi come un soggetto da colpire. Insomma, per colpa mia tutti i beneficiari del trust si sarebbero trovati a pagare una montagna di tasse. Ergo, l’unica via per mettere al riparo il Tommy Berger trust era quella di escludere dai beneficiari proprio Tommy Berger, in cambio di un equivalente economico. Mi hanno estromesso girandomi un decimo dei miei soldi e sono rimasti con gli altri nove decimi a banchettare. Nel 1992 mio figlio mi salutava così: “Ecco la ricchezza che cammina”. Nel 2003 mi sono trovato a spedirgli una lettera che cominciava in questo modo: “Le scrivo dandole del lei perché non la ritengo più un figlio cui rivolgersi con il tu, ma un estraneo”».
Da quanto tempo non parla con i suoi figli?
«Da quattro anni. Roberto venne nel mio ufficio e mi disse: “Papà, guarda bene i tuoi nipoti, perché questa è l’ultima volta che li vedi”. Ho scritto Onora il padre per loro, per Martina, Trudy, Thomas, Nicholas e Jonathan, che praticamente non conosco, affinché imparino a essere sempre onesti, leali, giusti e sappiano la storia della loro famiglia. Ai miei figli l’avevo tenuta nascosta per non turbarli, perché non soffrissero quello che avevo sofferto io».
Ha sbagliato.
«Sì, ho sbagliato. Ma, vede, noi ebrei sopravvissuti all’Olocausto abbiamo questo pudore per il passato. Nella mia vita ho fatto di tutto per non apparire, ho rifiutato persino la nomina a cavaliere del lavoro. Questa è la prima intervista che do. A farmi finire sui giornali ci pensò mio figlio, quando nel 1982, appena ventiduenne, s’innamorò di una donna che aveva 10 anni più di lui. Il 31 dicembre mi telefonò dalle Isole Vergini: “Papà, ho da darti una notizia brutta per te e bella per me. Mi sono sposato con la cantante Loredana Bertè”. Pochi mesi dopo questa signora mi chiese un appuntamento per dirmi: “Lei sta uccidendo il nostro matrimonio”. E perché mai?, obiettai stupefatto. “Perché dà a Roberto 2 milioni e mezzo di stipendio al mese quando io per una sola serata guadagno 10 milioni di lire”. Le risposi che i miei soldi me li ero sudati e che suo marito poteva fare altrettanto. Di lì a qualche tempo tornò alla carica: “Se vuole che divorzi da suo figlio, pretendo un miliardo di alimenti”. Anche quella volta mi guardai bene dall’accontentarla».
Sarebbe disposto a riabbracciare i suoi figli?
«No. A nessuna condizione. Mi hanno fatto mangiare troppa merda. Ho buttato un milione e mezzo di dollari in 30 tentativi di conciliazione – sa, i legali in America costano 500 dollari l’ora – solo per cercare di riavere il mio yacht. Sono sceso dal Tommy tre anni fa. Se lo tengano. Questo libro è una pietra tombale. Ho chiuso».
Come pensa che si difenderanno i suoi figli?
«Non m’interessa. Ho i miei soldi? No. Ho la mia barca? No. Ho il mio elicottero? No. So quale uso stanno facendo del mio patrimonio? No. Che cosa possono portarmi via, ancora? A un certo punto, subodorando che puntassero a farmi interdire, mi sono addirittura sottoposto a una perizia psichiatrica volontaria per provare la mia sanità mentale. Il professor Robert Howard, specialista in psichiatria della terza età al Maudsley hospital e docente al King’s College di Londra, ha certificato che sono “un uomo con un grande controllo delle proprie facoltà, abituato a essere ascoltato e rispettato”. I miei figli vogliono querelarmi? Lo spero vivamente. Mi fanno felice, se mi citano in giudizio. Così verrà fuori anche il resto».
E i quattro consulenti?
«Il primo aveva come cliente Stefano Ricucci, quello dei “furbetti del quartierino”. Il secondo trattava col mondo del pallone in piena Calciopoli. Il terzo è stato coinvolto nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza e, calpestando l’etica, ha goduto di un investimento di mezzo milione di euro del mio trust. Il quarto insegna economia aziendale alla Bocconi, ma ha dimostrato di non saper fare i conti. In un solo anno il Tommy Berger trust ha accusato una perdita di 15,7 milioni di dollari».
Abbia pazienza, se li era scelti lei.
«Anche qui ho sbagliato a fidarmi. Ma erano figli e nipoti di stimatissimi professionisti con i quali avevo lavorato in totale armonia per mezzo secolo o amici di mio figlio».
Lei scrive che il modo migliore di vivere è quello dei kibbutz, dove ognuno ha il necessario, non il superfluo. Però svernava su un panfilo.
«Nella vita ho disputato alcune corse e le ho vinte. Mi pareva d’essermi meritato un premio. E glielo dico da uomo di sinistra, che ha sempre creduto in una più equa distribuzione della ricchezza. Mi ritengo coerente. Non ho mai giocato in Borsa. Odio gli speculatori».
Non ha proprio niente da rimproverarsi?
«Di non aver fatto capire ai miei figli che cos’è la fame».
(394. Continua)
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