Povertà virtuale, crisi reale e saggia austerità

Caro Granzotto, da tempo intendevo scriverle per approfondire con lei quella «filosofia del Tavernello» che si potrebbe riassumere nel ritorno a scelte e a gusti più semplici. L’occasione me la fornisce adesso la gravissima crisi finanziaria che stiamo vivendo e che ci obbligherà a cambiare molto i nostri stili di vita. La cui qualità, lo lasci dire a chi di anni ne ha vissuti molti, può essere soddisfacente anche senza gli eccessi e le stravaganze imposte dalla civiltà del consumo effimero. Il dopoguerra fu tempo di ristrettezze e di sacrifici, di cappotti rivoltati e di scarpe risuolate più volte. Ma non per questo fu infelice se uno sapeva gioire di quello che passava il convento. Per un piatto di polenta (io sono veneto, tipico «polentone») con al centro un quarto di salamella e un cucchiaio di sugo si faceva festa con più sincerità che oggi di fronte alle uova marinate e ridotte a fettucce di una nota pubblicità. Quella che si prospetta non sarà una vita «al massimo», ma sicuramente più a misura d’uomo.



L’elogio della vita semplice e parca ha scarsa audience, caro Insonni. La nostra è una società abituata o per dir meglio istigata al fasto, al lusso da esibire (eventualmente pagato tutto in «comode rate»), allo scialo. Tant’è che basta un’occasionale riduzione dell’eccedente per sentirsi già poveri. Ora io non dico che non sia spiacevole privarsi di agi e piaceri ai quali si era fatta la bocca, però di qui a parlare di improvvisa indigenza ce ne passa. Ha letto quel che va dicendo la Caritas, trionfalmente entrata a far parte del club dei disfattisti? Quindici milioni di italiani sono in «emergenza povertà». Ma le pare? Povertà è scarsezza delle cose necessarie per vivere, povero è chi malauguratamente è obbligato a fare la fila davanti alle mense della Caritas suddetta per una scodella di minestra calda. E basta guardarsi attorno per escludere in modo categorico che un italiano su quattro si sia ridotto a tanto per tirare avanti. Lo sconquasso finanziario e borsistico, questo sì, farà sicuramente aumentare il numero dei poveri modello Caritas, ovvero virtuali. La crisi non potrà, infatti, mancare di influire sul tenore di vita di quanti ci avevano preso gusto nel condurre un’esistenza al di sopra delle loro possibilità. Anche se la «povertà percepita», chiamiamola così, non durerà in eterno (le cose si rimettevano a posto anche dopo le tremende carestie o le micidiali pestilenze dei secoli scorsi, figuriamoci quanto poco ci metteranno a superare i guasti della finanza creativa), ma obbligherà a riscoprire le virtù dell’economia domestica. Ho in cagnesco i pauperisti e le loro prediche, non ritengo che una società accattona sia necessariamente una società più felice. Al contrario. Tuttavia, un ridimensionamento del tenore edonistico di vita, specie se alimentato dai debiti, una stagione all’insegna d’una ragionevole austerità non potrà che rivelarsi un buon tonico, per la società. Non tanto per la riscoperta di antichi sapori, che a quello ci pensa già Carlin Petrini col suo chicchissimo Slow Food, quanto di antichi valori e antiche costumanze, come quella di gioire, come lei rammenta, caro Insonni, di quel che passa il convento.
Paolo Granzotto