Povia, dialetti e comici Chi li ha visti sul palco dell’Ariston?

nostro inviato a Sanremo

Per un po’ se ne parla a razzo e poi tanti saluti. Sono l’argomento del giorno, tutto un pissi pissi bau bau e poi chisseliricorda più. Le vie del Festival sono lastricate di tutti quelli che arrivano in Riviera da protagonisti, o provano a farlo, e poi spariscono. Mangiati. Liquefatti. Metabolizzati da quell’impietoso tritacarne che è Sanremo. Prima indimenticabili. Poi, dimenticati. 2010 Odissea nell’Ospizio (di quelli che potevano essere e non sono). Povia chi? Prima il tormentone su di lui in gara, si no può darsi (con inevitabile intervento del Moige). Quando è entrato nella lista finale, e appena dopo il Moige, ecco il dilemma sul testo nascosto della canzone: ma La verità parla davvero di Eluana, sarà a favore o contro l’eutanasia, verrà oppure no anche il signor Beppino Englaro a dar manforte al paladino sul palco dell’Ariston? Paginoni sui giornali. Addirittura prime pagine. Dibattito a più non posso. A dir la verità, quando Povia è arrivato al Festival, s’è scoperto che aveva la sua miglior canzone con il peggior testo e quindi tutto è finito lì. Povia al lastrico, cioè a lastricare le vie del Festival. Il contrario dell’anno scorso, quando è arrivato con la sua peggior canzone, Luca era gay, ma con un testo che garantiva un po’ più di incondivisibile profondità, e tutti a dire che avrebbe vinto. Ma proprio fino all’ultimo, prima che spuntasse Marco Carta. Però è anche vero che quest’anno il povero Povia è stato fregato da Morgan, e chi se lo aspettava. Morgan era bello tranquillo. Canzone ponderosa. Fama televisiva extralarge. Sanremo in discesa. Lui sarebbe arrivato, avrebbe divagato in libertà e come minimo si portava a casa il premio della critica. Poi l’intervista. Vado al Max: «Fumo cocaina perché è antidepressiva, tutti dovrebbero farlo». Apriti cielo, anzi apriti il consueto dibbattito con due b. Il giorno della prima conferenza stampa, qui a Sanremo ne parlavano anche i tassisti. Ne parlavano anche storpiandone il nome. Senza mai aver ascoltato una sua canzone. Mai visto neanche quel programma là, ah sì X Factor. I Bluvertigo poi, e chi sono. Alla seconda puntata del sessantesimo Festival, Morgan era già il caro estinto. Sparito. Deglutito dal cinismo di una macchina che non si inceppa neanche dovesse digerire l’Everest, altro che un cantante piccolino. A crescere ci ha provato Simone Cristicchi, vittima di un complotto - si fa per dire - scoppiato all’Arena di Massimo Giletti su Raiuno nel quale il divertissement della sua canzone Meno male, ossia quel divertente sarkosì sarkono, è diventato Carla Bruni no. Aggrappato a una canzone nientediche, Cristicchi è un altro dei cari estinti del Festival, e peccato: è forte, è arrivato qui strombazzato assai, volesse solo staccarsi dal cliché, sarebbe già lassù nel senso di vittoria sanremese. Ci sarebbe da riderci su se almeno ci fosse qualche comico. Corrado Guzzanti, chi l’ha visto: se ne è parlato per due giorni, forse tre, e poi addio. Paolo Rossi è stato in ballo per più tempo, sarebbe stato il comico impegnato a far ridere l’Ariston e dieci milioni di spettatori affamati di battute (no politica, please). Rossi si, Rossi no, la nostra è la terra dei cachi e quindi no. Altro de profundis. Nemmeno Checco Zalone, corteggiato per un po’. Neppure Christian De Sica, con lui non ci si sarebbe sganasciati ma almeno c’era da divertirsi più che con la comicità involontaria di Antonio Cassano. Solo Giovanni Vernia, quello di Zelig , capirai. Il dialetto, poi. Se n’è parlato per settimane da metà ottobre, il Festival sembrava un deposito di lingue e invece solo Nino D’Angelo, per di più eliminato in tempo reale. E con lui tutti i cantanti nazionalpopolari tranne quelli più di tutti, ossia il Trio, ossia Pupo eccetera. Perché chi di nazionalpopolare vive per sessant’anni, come il Festival, alla fine si scopre nudo. E allora si attacca ai giovani. E lo sapete perché: largo ai giovani, loro non ne possono più del dibattito, neanche quello con una b sola.