Powell e Wariner due fulmini nella notte di Roma

Il giamaicano domina i 100 in 9”85, l’americano firma il 7° tempo di sempre sui 400. C’è anche gioia azzurra: Howe a due centimetri dal record italiano nel lungo con 8,41 m

da Roma
Un siluro bianco ed uno nero sono sfilati nella notte delle stelle dell’atletica. Il Golden Gala non ha trovato il botto da record, ma ha illustrato la buona vena e l’ottima lena dei suoi campioni. Jeremy Wariner ha rispedito a cuccia le ambizioni di Xavier Carter, il mister X che a Losanna aveva strabiliato sui 200 metri. Qui, distanza doppia, distanza che ti prosciuga, ha scoperto il siluro bianco padrone del mondo. Wariner ha schiacciato tutto e tutti filando via, come corresse da solo. E il tempo dice che la lunga marcia d’avvicinamento a Michelone Johnson e al suo record da extraterrestre, sta procedendo spedita: 43"62, settimo tempo di sempre nella storia. Wariner è il terzo uomo dopo Johnson (suoi il primo, terzo, quarto, quinto tempo), Butch Reynolds e Quincy Watt a correre così forte, il primo a correre così veloce dal 43"18 di MJ a Siviglia nel 1999. Basterà attendere, come ha fatto intendere l’interessato. «So di poter battere il record di Johnson e adesso torno ad allenarmi forte prima di riprovarci nel meeting di Londra». Carter ha chiuso in 44"76, lontano anni luce. Wariner continua l’inseguimento al jackpot, non avendo perso ancora: il milione di dollari attende.
Asafa Powell, invece, aspetta la sfida da miliardi e da record con Justin Gatlin. Il recordman del mondo giamaicano ha corso una gara ad elastico: un po’ lento alla partenza, poi via a rincorrere tempo e sensazioni, spuntando fuori dal gruppo delle gambe nere, lasciando indietro Marcus Brunson (10"04) e soprattutto Gay Tyson (10"04) che aveva corso molto forte i 200 a Losanna. Sempre che i tempi suoi e di Carter abbiano detto la verità. Powell ha chiuso con una spaventosa progressione, forza di gambe e rilassatezza da recordman. Tempo: 9"85, il secondo di questa sua stagione culminata nel 9"77 che ha pareggiato Gatlin, lo stesso ottenuto a Parigi una settimana fa. Ed ora di nuovo di corsa dietro al sogno. «Voglio battermi con Gatlin», ha raccontato anche ieri. «Spero che il momento arrivi presto. Stasera non ho fatto una buona gara, ma quando mi sono rilassato ho vinto». Nel frattempo ha fatto i complimenti a Totti («Continuo a tifare per lui») e all’Italia. «Ma ho diviso il mio tifo tra Italia e Francia».
Fine serata con gusto dolce per Andrew Howe che, per un niente, non ha mantenuto la parola. Voleva battere il record del lungo di Evangelisti, c’è andato vicino, vicinissimo: solo due centimetri fra un record fin troppo antico e la nuova barriera scavalcata da Howe. Salto ottenuto all’ultimo tentativo dopo una serie di prove beneauguranti: 8,18; 8,30; 8,16; 8,09, 8,21. L’ultimo di Howe è stato il guizzare veloce e leggero nell’aria, accelerazione e stacco hanno fatto intuire la bontà del salto, quel saltellare gioioso e convinto di Andrew subito dopo essere uscito dalla buca, hanno regalato la sensazione che la gioia valeva il risultato: 8,41 m. Il tempo del record è solo rinviato. Howe aveva fatto portare sabbia fina perchè la buca dell’Olimpico non regala mai grandi misure. Ma per Irving Saladino, la stella di Panama destinata a prender possesso della specialità, non c’è sabbia che tenga: ieri sera ha vinto saltando 8,45 m, e precedendo di due centimetri il ghanese Gaisah.
Delusione per Giuseppe Gibilisco che sperava di fare ancora un passo avanti nelle misure di quest’anno, ma stavolta non si è staccato dal 5,52. Il nostro trapezista dell’asta poi ha provato i 5,72, ma ha sbattuto contro tre nulli. Bekele ha dominato i 5.000 metri correndo in 12’51"45. Tirunesh Dibaba ha vinto la sua sfida con la Defar, entrambe made in Etiopia. Mentre i 1.500 hanno vissuto sulla gara tutta di testa di Rashid Ramzi, il marocchino naturalizzato dal Barhein, scoppiato all’ultimo quando si è visto filar via Daniel Komen Kipchirchir, ombra lunga keniana che si è mangiato i sogni di Ramzi con un sorriso sulle labbra.