Pozzo, ct per la bandiera Allenava gratis e si criticava sul giornale

Giornalista della Stampa di professione, continuò a farlo anche quando guidò l’Italia ai mondiali

U n tuffo in tempi lontani, sessant'anni fa, e rivivo di colpo un ricordo storico, la stretta di mano con Vittorio Pozzo nella tribuna stampa dello stadio S.Sabba, prima di Triestina-Torino: il campionato 1947-48 era quasi al termine, dominato dal Torino, gli alabardati terminarono al secondo posto con Milan e Juventus. Pozzo era al crepuscolo come ct della nazionale ma faceva il giornalista, inviato speciale della Stampa. Con il quotidiano torinese aveva cominciato il rapporto nel 1929 quando aveva lasciato l'incarico di dirigente della Pirelli, e viveva a Milano, per assumere a titolo gratuito la guida della nazionale azzurra dopo due brevi precedenti esperienze legate alle Olimpiadi 1912 (aveva 26 anni) e 1928.
Io nel ’48 ero giovanissimo redattore sportivo a Radio Trieste, a quel tempo amministrata dagli anglo-americani che occupavano la città. Una stretta di mano con tanto rispetto, avevo fatto il tifo per Pozzo e per la sua nazionale con i racconti di Nicolò Carosio. Quel Triestina-Torino finì 0-0. A fine partita accompagnammo Pozzo nello spogliatoio e si congratulò con Nereo Rocco, un suo ex giocatore che in quella stagione aveva intrapreso la carriera di allenatore; i due si appartarono per un colloquio personale. Il tecnico triestino si era trovato in soggezione, lo aveva chiamato "maestro". Rocco poi spiegò che gli aveva chiesto quali considerazioni tecnico-tattiche facesse sull'impiego del mezzo-sistema, com'era chiamato, con l'impiego del terzino libero, nell'occasione Ivano Blason. Tattica che Rocco aveva acquisito nel 1939 quando giocava in serie B con il Padova, inventata dall'allenatore Banas per contrapporsi al sistema inglese e al modulo danubiano caro all'austriaco Hugi Meisl e allo stesso Pozzo.
Viveva di calcio, ma da giornalista: metodico nella cronaca delle partite, con pignoleria tutta piemontese aveva raccontato - oggi si direbbe in diretta - anche quelle della sua nazionale, a volte rammaricandosi di alcuni errori di scelta tattica o di uomini; non trascendeva mai dal rigore critico e non portava vanto delle sue grandi vittorie, i mondiali 1934 e 1938, l'Olimpiade 1936, oltre a due coppe Internazionali che duravano tre anni, l'equivalente del campionato europeo dei nostri giorni. Era titolare di importanti primati: l'unico ad aver conquistato due mondiali e, fino a mercoledì, l’unico con una striscia di 30 partite senza sconfitte, fra le quali cinque contro l'Ungheria vicecampione del mondo. Non contro Cipro o Montenegro...
Rifuggiva dalla notorietà della platea, vestiva sempre di grigio anonimo, che forse gli ricordava l'abbigliamento che aveva quand'era in panchina. E a chi gli accennava le tappe del suo ventennio tecnico rispondeva quasi gelido con la tipica cadenza piemontese «roba del passato». Era sempre nel calcio attivo, ma parlandone si capiva che soffriva d'esser stato abbandonato dalla federazione, di non aver ricevuto quella considerazione che avrebbe ampiamente meritato per quello che al calcio aveva dato. Gli piaceva più ricordare ch'era stato tenente degli alpini nella guerra del 1915-18, portava sempre con sé come portafortuna una scheggia di granata austriaca, si concedeva un elogio che tradiva la sua retorica: «alpini, che corpo, con i nostri canti caricavo la squadra prima della partita». E' stato il primo a portare la squadra in ritiro.
Il giornalismo è stato la sua seconda vita. Da tutti rispettato e aiutato nei momenti difficili. Continuò l'attività anche in età avanzata, fin quasi ai suoi ultimi giorni. Aveva problemi di vista, temeva di confondere i giocatori e per non incorrere in errori si faceva raccontare dettagliatamente la partita da qualche collega, quasi sempre dal suo grande amico ed estimatore Giulio Accattino: i suoi commenti, comunque, erano sempre accettati e altamente considerati. Insomma, un uomo di un’altra epoca. E di un altro calcio.