Prêtre e i Wiener: scivolata inattesa

Il grande maestro non convince con Brahms e Beethoven

Il Festival pianistico dedicato al sommo Arturo Benedetti Michelangeli comincia con un concerto senza pianoforte. Che sarebbe un po’ come se la prima tappa del Tour de France si svolgesse in motocicletta.
Il programma del concerto prevede un ponderoso menu tedesco: prima, la Quarta Sinfonia di Brahms, gigantesca costruzione con intime e sottili aperture di luce, e la Settima Sinfonia di Beethoven, folgorante e compatta celebrazione del ritmo e della vita. Per dirigerle, c'è sul podio il prestigioso Maestro Georges Prêtre, grande specialista della musica francese e famoso direttore d'opera, che sarebbe un po’ come andare fino all'Ikea per cercare un tavolino stile Impero. Allora uno si dice: devono aver ascoltato un'interpretazione di tale vitalità e meraviglia (ma dove? Chi?) che hanno giocato al limite delle attese per ripagarci con la straordinarietà. Tanto più che l'orchestra è nientemeno che quella dei meravigliosi Wiener Philharmoniker. E arriva la serata e il pubblico applaude con un certo calore, divertendosi anche alla danza ungherese brahmsiana del bis, attaccato di sorpresa con una mossa degna della prima giovinezza del Maestro Prêtre, quand'era cintura nera di lotta giapponese, e condotto come se a ogni frase l'autore avesse avuto l'uzzo di spiazzare per divertire e stupire. Ma che le cose siano andate benissimo è difficile sostenere.
Sarà il caldo dell'aprile bergamasco, sarà che qualche musicista avesse esagerato nella conoscenza col Valcalepio a tavola, sarà che la serata non sembrava andare per il verso giusto, al concerto la mitica orchestra dei Wiener Philharmoniker sembrava venuta in vacanza in Lombardia. Il caro vecchio scrocchiare dei corni pareva importato dalle valli arrivando per virus nella creduta impenetrabile compagine del Concerto di Capodanno; il suono stesso degli archi era a volte attuffato e papposo.
L'anziano Maestro, cui dobbiamo tante esperienze incancellabili, alle prese con due capolavori in cui la forma è esaltata e vissuta, s'è ribellato al rigore che le due partiture invocano ed ha privilegiato, istante per istante, ciò che il colore strumentale o la curvatura dello spezzone di frase gli suggeriva, lasciando deflagrare gli ottoni e stirando liberamente i tempi in una delibazione faticosa. Le grandi arcate del discorso, il rapporto fra gli sviluppi e i ritorni del tema e le proporzioni, che ci fa dominare suono e tempo, era ben poco percepibile. Il debito di riconoscenza, maturato in tanti anni, verso questo maestro, tanto amato, e verso l'orchestra hanno portato il pubblico, comunque, ad accogliere e festeggiare gli interpreti e il fantasma remoto dei due autori.